L’altra faccia della Brexit: banche inglesi in fuga dal Regno Unito

Lo denuncia il chief executive della British Bankers' Association, Anthony Browne

Se gli attesi effetti negativi della Brexit non si sono ancora fatti sentire in Gran Bretagna, dove la sterlina ha subìto una tangibile svalutazione ma i fondamentali economici restano tutti positivi, una prima ‘valanga’ potrebbe aver luogo all’interno del sistema bancario; secondo il presidente della British Bankers’ Association (Bba) Anthony Browne, le grandi banche britanniche si preparano a trasferirsi fuori dal Regno Unito già nel primo trimestre del 2017 per i timori crescenti generati dal risultato del referendum dello scorso giugno, e gli istituti più piccoli stanno approntando piani per farlo già prima di Natale. Lo stesso Browne ha sottolineato al quotidiano The Observer come uscire dall’Unione europea comporterebbe molti problemi alle aziende finanziarie britanniche e basate a Londra, per operare nei paesi aderenti all’Ue.

Fra le grandi banche pronte a lasciare la City, anche Goldman Sachs: se la Gran Bretagna rinuncerà alla libertà di movimento delle persone all’interno della Ue, 2mila dipendenti si trasferiranno in un’altra città europea. Delegazioni da Francoforte, Parigi, Dublino e Madrid sono a Londra per convincere le banche a scegliere una di queste città. “La maggior parte delle banche internazionali ha istituito gruppi di lavoro impegnati nel definire le operazioni da fare per assicurare il proseguimento dei servizi ai clienti, la data entro cui il trasferimento deve avvenire, e come farlo al meglio”, spiega Browne.

Una fonte vicina al ministro per la Brexit David Davis spiega al ‘Guardian’ che Davis, insieme al Cancelliere Philip Hammond, hanno cercato di offrire rassicurazioni nei giorni scorsi, garantendo la loro intenzione di mantenere lo status della City.

Una “hard Brexit” porterebbe però le aziende basate nel Regno Unito a operare nell’Ue come soggetti extracomunitari cui applicare restrizioni tariffarie potenzialmente rilevanti, a difesa del mercato interno europeo, con conseguenze in termini di ricavi in particolare per le banche inglesi e per quelle internazionali che da sempre hanno utilizzato Londra come base operativa per l’intera Europa. Porre barriere al commercio nel sistema finanziario sulla Manica – come i politici di Bruxelles e Londra sembrano voler introdurre – metterà tutti in difficoltà. Il numero uno della Bba ricorda come le banche basate a Londra prestano al sistema economico europeo 1,1 trilioni di sterline. Che non potrebbero più fare in caso di hard-Brexit.

In ogni caso, prosegue l’Observer, la dichiarata intenzione del governo di controllare la libertà di movimento degli stranieri nel Regno viene vista nel settore come un duro colpo per qualsiasi possibilità di mantenere l’attuale status delle banche nel Paese.

A Londra – che preme affinché il Regno Unito abbia un accesso diretto al mercato comune una volta esaurita la procedura Brexit – preparano le contromosse. Gli inglesi vogliono attrarre (o mantenere) Corporation e istituzioni finanziarie promettendo una tassazione nettamente sotto quella continentale. Il governo conservatore di Theresa May ha elaborato un piano che prevede di dimezzare la tassazione sulle Corporation portandole dal 20% (già uno dei livelli più bassi a livello globale) al 10 per cento. Dietro la mossa di Downing Street, rivelata ieri dal “Telegraph” e in una nota dal “Times”, il tentativo di controbattere alla minaccia dell’ Unione europea di negoziare una “Brexit brutale”.

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