La “trappola” dei tassi negativi: Powell non ci casca

La linea adottata da BCE e Bank of Japan non è passata ed il Presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito la contrarietà del Consiglio direttivo a questa ipotesi. 

Si è tornato in questi giorni a parlare dei tassi negativi, anche con una certa insistenza, in relazione alla politica della Federal Reserve, che ha gelato ogni entusiasmo, nonostante l’andamento dei future sui Fed Funds già prezzasse l’ipotesi di un taglio dei tassi a -0,50% entro 12 mesi.

La linea adottata da BCE e Bank of Japan non è passata ed il Presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito la contrarietà del Consiglio direttivo a questa ipotesi. Trump dovrà mettersi tranquillo ed adoperarsi piuttosto per far passare al Congresso un aumento degli aiuti fiscali ben oltre il Piano da 3mila miliardi approvato durante il lockdown. Si parla addirittura di un raddoppio della cifra stanziata per imprese e famiglie e, soprattutto, per i milioni di americani che hanno perso il lavoro con la crisi da Covid-19.

POWELL CHIUDE LA PORTA AI TASSI NEGATIVI

Il numero uno della banca centrale USA, in un discorso in videoconferenza al Peterson Institute, ha tratteggiato un quadro disastroso dell’economia americana, esposta a “rischi al ribasso” e ad un “prolungato periodo” di bassa crescita e redditi stagnanti.

Nonostante ciò, Powell ha sollecitato la casa Bianca a ricorrere con più determinazione alla politica fiscale, escludendo l’ipotesi di portare i tassi in negativo. Su questo punto il Presidente è stato chiaro: il giudizio del FOMC (Comitato di politica monetaria della Fed) “non è mutato” e nessuno dei 17 membri sta “considerando” questa ipotesi, mentre la valutazione è più favorevole ad implementare le misure di Quantitative Easing.

Nel motivare questo consenso pressoché unanime e contrario ai tassi negativi, Powell ha fatto cenno ai risultati incerti delle politiche in tal senso ed all’ipotesi di “turbare eccessivamente” il normale canale di approvvigionamento delle banche, con il quale queste remunerano i depositi, per aggiudicarsi le risorse necessarie a concedere prestiti, lucrando un tasso attivo. Una lezione di politica monetaria in piena regola!

LA PRESSIONI DI TRUMP 

Sono state così deluse le aspettative del Presidente Donald Trump, che in risposta alle parole di Powell, ha sollecitato la banca centrale a seguire l’esempio delle “colleghe” europea e giapponese.

“Gli Stati Uniti hanno una forte necessità di tassi negativi”, ha ribadito l’inquilino della casa Bianca, definendo Powell il suo “MIP”, appellativo di carattere sportivo che si concede al giocatore che si è messo più in luce.

Il presidente poi si è detto “non d’accordo” sul negare l’ipotesi dei tassi negativi, aggiungendo “noi siamo a zero, ma altri Paesi hanno tassi negativi e io credo che dovremmo trovarci nella stessa situazione”.

PERCHE’ NO?

C’è da dire che i tassi negativi sono uno strumento di politica monetaria “atipico”, in quando puntano a sovvertire il “normale” modello del sistema finanziario che prende a prestito dai risparmiatori, pagando loro un compenso, e concede prestiti alle imprese per investire, ottenendo un ritorno economico maggiore e lucrando sulla differenza (tassi attivi e passivi).

Da qualche anno però questo modello si è interrotto e sovvertito: per effetto del trasferimento dei tassi negativi da parte delle banche sui clienti (sta già avvenendo in Germania), chi risparmia deve pagare un prezzo e sarà dunque più propenso ad  accelerare i consumi, ma queste misure rischiano di minarne la fiducia e risultare impopolari. E quanto lasciato intendere da Powell.

UNA QUESTIONE DI VECCHIE SIGNORE

C’è chi fa notare che la politica dei tassi negativi, affermatasi in questi ultimi anni in Europa e Giappone, è una politica propria di economie “anziane”, dove il tasso di invecchiamento della popolazione è elevato, il tasso di risparmio alto e l’impiego del denaro da parte di imprese innovative piuttosto esiguo.

L‘economia americana invece è relativamente “giovane” e dinamica. La crisi attuale ha davvero natura temporanea e non strutturale. In questa situazione sarebbe inutile sovvertire i normali canali di trasmissione della politica monetaria, meglio ricorrere a strumenti conosciuti, fornendo liquidità alle imprese, ed attendere che queste tornino ad investire e a far crescere l’economia. L’inerzia provocata dalla crisi sarà superata, la ricchezza tornerà ed anche i posti di lavoro ed i consumi.

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La “trappola” dei tassi negativi: Powell non ci casca