La riapertura dello sci si allontana: gli impatti sul settore

Se la ripartenza non sarà a gennaio, per tanti diventerà anti-economico tentare di salvare la stagione

Aprire il 7 gennaio è un’utopia. Con una situazione sanitaria così compromessa non ha senso pensare di riaprire gli impianti. Se cala il contagio possiamo ipotizzare un’apertura tra il 20 e il 30 gennaio, non prima”. È quanto detto pochi giorni fa da Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione nazionale esercenti funiviari (ANEF), durante un incontro online organizzato da Skipass, la più importante fiera italiana del turismo e degli sport invernali. Queste parole non infondono sicurezza nei tanti appassionati che sognavano di poter tornare sulla neve, nonostante la seconda ondata di coronavirus non sia ancora finita, ma gettano ancora più nello sconforto tutti i lavoratori del settore, pesantemente colpiti dalle chiusure fin qui.

Gli impianti sciistici fermi fino alla fine del periodo natalizio potrebbero causare, secondo le stime prodotte dall’’ANEF, una perdita di circa 8,5 miliardi di euro, circa il 70% del fatturato. L’economia, che in tutto l’arco alpino ruota intorno al turismo invernale ha infatti un peso economico stimato tra i 10 e i 12 miliardi di euro, se si considera diretto, indotto e filiera. A rendere ancora più difficile la situazione è il fatto che su circa 14mila impiegati sulle piste da sci circa 5mila sono a tempo indeterminato mentre tutti gli altri stagionali, quindi meno tutelati. Inoltre, ogni dipendente degli impianti genera da 5 a 8 lavoratori nella filiera, dalle realtà ricettive alle attività sportive, per un totale di circa 100-120mila lavoratori.

Nonostante il rallentamento dei nuovi casi delle ultime settimane, il timore di medici e virologi è che sia impossibile scongiurare i contagi sulle piste, non tanto durate la discesa, ma sugli impianti di risalita, durante le code e nei rifugi. Eppure i vari comprensori avevano già proposto, prima della partenza programmata per novembre, delle soluzioni per limitare i rischi. Il Dolomiti Superski, il maggiore comprensorio sciistico d’Italia con 12 aree (tra cui Cortina d’Ampezzo, Plan de Corones, Alta Badia, Alpe di Siusi e  Val di Fassa) e 1.220 chilometri di piste, oltre a potenziare l’acquisto online degli skipass con recapito direttamente all’hotel di soggiorno, aveva messo a punto una app con la cartina sciistica 3D del comprensorio e uno strumento che avrebbe misurato in tempo reale il riempimento dei vari impianti.

Si era parlato poi di un limite agli skipass venduti per giornata anche se è un punto non facile da gestire per i comprensori sciistici che hanno molte interconnessioni tra aree diverse. Difficilmente percorribili anche proposte che, come avvenuto in Austria, consentono lo sci solamente ai residenti: se in Lombardia potrebbe essere percorribile, per l’ampio bacino regionale, ciò diventa difficile in Trentino, dove si conta soprattutto su turisti provenienti da fuori regione.

Ciò che è sicuro è che non si potrà aspettare la fine delle feste per prendere una decisione, perché man mano che passa il tempo diventa più difficile pensare di poter riaprire. “Dai conti che ho fatto – ha detto Valeria Ghezzi – sul piano economico conviene aprire, se si riesce a farlo, entro fine gennaio o al massimo ai primi di febbraio. Se si andasse oltre non converrebbe più. Intanto per un motivo strettamente economico: non guadagneremmo, ma potremmo ridurre i debiti. Poi, per tenere in vita le nostre stazioni dando lavoro alla nostra gente e mantenere la montagna in vita”. Ma in mancanza di un protocollo condiviso tra gestori degli impianti, comitato tecnico scientifico e Governo parlare di date è prematuro. E così crescono le probabilità che tante strutture, su Alpi e Appennini, decidano di non aprire proprio.

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