La crisi cambia i consumatori. Si spende meno ma meglio

Si taglia sull'abbigliamento e le vacanze ma ci si butta sui prodotti di marca. Ci si fida meno della pubblicità ma si spende di più per la sostenibilità. E' il ritratto del consumatore post-crisi, pessimista ma attento

Più “formica” e più esigente. E’ il ritratto del consumatore italiano che attraversa la crisi economica e ne esce forse con le ossa un po’ rotte, ma in piedi. La riduzione del suo potere d’acquisto lo obbliga a consumare meno ma meglio. E per questo chiede al mercato più qualità, più informazione, più etica. E anche – va da sé – prezzi più equi.

Lo rivela la Terza edizione dell’Osservatorio Consumers’ Forum  che in collaborazione con l’istituto di ricerca Ipsos analizza ogni anno gli stili di vita e le tendenze di consumo degli italiani. Ne esce un paese  profondamente pessimista sul suo futuro economico. Il 77% del campione dichiara di avere “forti preoccupazioni“, in salita rispetto al 2008, l’inizio della crisi (allora era il 73%). E anche rispetto al resto del mondo, siamo tra quelli che la vedono più grigia: solo il 17% degli italiani immagina una economia più forte tra sei mesi. La media mondiale è il 29%. Peggio di noi solo Gran Bretagna (16%), Giappone (9%) e Francia (5%).

Tagliare sì, ma con criterio

In questo contesto di precarietà  e incertezza sul futuro il consumatore è costretto a tagliare sulla spesa. E diventa selettivo:

•  rinuncia più facilmente a beni come abbigliamento (79%), vacanze (64%) e assicurazioni non obbligatorie (54%), ma
•  ritiene “non sacrificabili” prodotti come la frutta e verdura (85%), la pasta (72%)e anche le visite mediche specialistiche (68%).

Ma per rinunciare bisogna sapere scegliere. E’ per questo che il consumatore “inizia a pretendere di essere soddisfatto da ciò che acquista e chiede che le informazioni sui prodotti siano più trasparenti” come evidenzia Sergio Veroli, presidente di Consumers’ Forum.

Marchi forti ma non ingannevoli

Può sorprendere ma la crisi rafforza i prodotti di marca:

•  il 50% degli intervistati dichiara di avere le marche cui non rinuncia e
•  il 61% si sente rassicurato dalle marche note.

Ma non per questo i consumatori si fidano della pubblicità per orientare i propri consumi: l’83% degli intervistati ritiene infatti che debba dare più informazioni, ma soprattutto mantenere le promesse. Dal punto di vista pubblicitario questi sono i settori considerati meno sinceri:

•  bancario e assicurativo (per il 32% del campione),
•  cosmetica (22%),
•  telefonia (18%).

Si spende di più per l’etica

Infine la sobrietà – anche se “forzata” – spinge verso l’etica e la sostenibilità. Gli italiani sono sempre più disposti a a pagare di più per avere un prodotto che rispetta l’ambiente e la dignità dei lavoratori:

•  il 71% degli intervistati accetterebbe di pagare fino al 10% in più,
•  il 19% si spingerebbe anche oltre il 10% in più.

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