L’Unione europea avverte Renzi: “Niente sforamenti al tetto del 3%”

E il parlamento europeo attacca la trojka: "Hanno lavorato come macellai"

Prima ancora che Matteo Renzi abbia presentato la sua squadra di governo e ricevuto la fiducia del Parlamento, dall’Unione europea parte un avvertimento al premier in pectore: "Niente sforamenti". Il riferimento è all’intenzione più volte manifestata dallo stesso Renzi, al di fuori di quello che sarà la ‘Renzinomics’ per rilanciare l’Italia, di voler rinegoziare con l’Ue la clausola che impedisce di superare il 3% del rapporto deficit/Pil, considerato uno dei principali paletti alla possibilità di tornare a crescere.
 
L’ALTOLA’ DI REHN – Ci ha preventivamente pensato il commissario agli affari economici dell’Unione europea, Olli Rehn: “L’Italia è un Paese profondamente europeista. Confido che continuerà a rispettare i trattati, anche quello di stabilità e crescita. Il nuovo governo deve ridurre il debito e sbloccare il formidabile potenziale di crescita e innovazione delle imprese”. Dopo i "no" di Baricco, Guerra e Barca per entrare nella squadra di governo, Renzi si trova dunque anche a fare i conti con dinieghi sovranazionali. Sebbene, al di là di Rehn, non manchino anche all’interno della Commissione stessa voci contrastanti e tendenze alla possibilità di trattare sul vincolo.
 
BRUXELLES ATTACCA LA TROJKA – Se la Commissione non rinuncia alla rigidità, sembra che le politiche di austerità e i suoi derivati abbiano invece perso popolarità all’interno del parlamento europeo. Dove probabilmente inizia a far capolino il motivato timore che le elezioni Europee del prossimo maggio possano finire per cambiare radicalmente la geografia politica dell’emiciclo, riempiendolo di rappresentanti di quei partiti e movimenti politici definiti "euroscettici" e che si preparano a passare all’incasso dopo cinque anni in cui gran parte dei cittadini europei, a torto o a ragione, ha individuato nella moneta unica il motivo principale della propria perdita di potere d’acquisto. Così la commissione Lavoro e affari sociali del Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui ha pesantemente criticato la troika, vale a dire le tre istituzioni – Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea – che in questi anni hanno gestito la crisi debitoria nei paesi più fragili.
 
"COME MACELLAI" – "Hanno lavorato come macellai, non come chirurghi", ha detto il relatore del rapporto Alejandro Cercas. "Hanno sbagliato misure e tempi di applicazione", ha aggiunto il socialista spagnolo, osservando che ora "impressiona la collera sociale di gran parte della società in Europa". Ad essere caduti sotto l’egida della troika, su mandato dei partner della zona euro, sono quattro paesi: la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e Cipro. Cercas ha definito "urgentissimo" un piano per il lavoro "finanziato con lo 0,5% del prodotto interno lordo, quando per le banche è stato usato il 7%" del Pil. Secondo la risoluzione, i paesi hanno subito una distruzione del loro sistema sociale. Il Parlamento europeo ha chiesto quindi che a questi paesi venga concesso particolare sostegno per alleviare la povertà, creare occupazione e aiutare le piccole e medie imprese. I tassi di disoccupazione giovanile in molti paesi in crisi sono vicini al 50 per cento.
 
MANIFESTO ANTI EURO IN FRANCIA – Intanto, dopo diverse prese di posizione individuali nei mesi passati, un gruppo di economisti contrari alla moneta unica, firmatari del Manifesto Europeo di Solidarietà, ha lanciato un appello a Francia e Germania dalle colonne del quotidiano francese La Tribune, sostenendo che entrambi gli stati dovrebbero annunciare contemporaneamente l’uscita dall’euro. Le cause di questa crisi europea risiederebbero nell’euro. Quindici anni di tassi di cambio fissi tra i vari paesi dell’Eurozona hanno determinato un ampliamento delle divergenze, perché i paesi meno competitivi – i cosiddetti Piigs, ma anche la Francia – che hanno subito una crescita maggiore dei prezzi e dei salari, non hanno potuto scaricare questa perdita di competitività sul cambio, di fatto per loro adesso sopravvalutato.
La crisi non sarebbe giunta alla fine, stando a questi economisti, ma sarebbe strutturale. O la Germania accetta una sorta di redistribuzione fiscale in favore dei Piigs, aumentando la sua spesa pubblica, la sua inflazione e i salari tedeschi, o accetta che la BCE monetizzi i debiti sovrani. Ma entrambe le richieste, fanno notare, contraddicono le preferenze dei tedeschi. Da qui, la necessità che sia la Germania che la Francia concordino e annuncino un’uscita programmata dall’euro. Gli altri paesi potrebbero o continuare ad adottare la moneta unica in versione ridotta o tornare anch’essi alle loro valute nazionali. Ci sarebbe una fase di disorientamento monetario, ma sempre meglio di una crisi ormai irreversibile, spiegano i firmatari del Manifesto.
L’Unione europea avverte Renzi: “Niente sforamenti al tetto del 3%”
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