L’Islanda si ribella all’austerity: “Non paghiamo i debiti delle banche”

Il Premier: "Sistema malato, non siamo più interessati ad entrare nell'Unione e tanto meno nell'euro"

"L’eurozona non ha imparato niente dalla bancarotta della banche islandesi del 2008. Le banche della zona euro stanno ancora funzionando con le stesse regole che hanno portato le banche islandesi al collasso. Per questo non siamo più interessati ad entrare nell’Unione e neanche nell’euro". Parole e musica di Sigmundur David Gunnlaugsson, 38enne nuovo Premier Islandese, nel corso di una intervista al canale televisivo americano Cnbc in cui ha spiegato l’interruzione dei negoziati fra Reykjavik e la Ue. L’Islanda non ha alcuna intenzione di pagare i creditori (in maggioranza inglesi e olandesi) delle banche fallite. Addio austerità, addio vincoli.
 
IL COLLASSO DEL 2008 – La vicenda parte da lontano, precisamente il 2008. Il sistema finanziario dell’isola crollò dopo che le sue banche, Icesave e Landsbanki su tutte, cedettero sotto il peso dei debiti per un ammanco totale di 85 miliardi dollari. Una bancarotta che portò all’epoca al blocco dei bancomat da un giorno all’altro ed al crollo della moneta locale dell’80% nei confronti dell’euro, sprofondando di fatto l’isola nordica nella peggiore crisi negli ultimi sessanta anni. L’Ue si era schierata ai tempi con Inghilterra e Olanda, i creditori, nel chiedere che il debito della Landsbanki, banca privata poi statalizzata, venisse onorato, ma il governo di Reykjavik ha sempre rifiutato invocando il fatto che c’era stato un ‘moral hazard’ da parte dei creditori che avevano prestato ingenti somme a un soggetto privato senza le necessarie garanzie. Lo stato islandese, per evitare che la banca si trasformasse in una Lehman Brothers in salsa nordica, aveva deciso di nazionalizzarla, ma il salvataggio non significava che automaticamente si dovessero ripagare tutti i debiti pregressi. Una posizione che la Ue invece non accetta.
 
BRACCIO DI FERRO – Dopo che il precedente governo aveva lasciato intendere di volersi affidare ad un piano d’austerità europeo per risistemare la finanza locale, il giovane premier Gunnlaugsson ha fatto invece dietrofront ingaggiando un braccio di ferro con i creditori delle banche fallite, accusati di essere il principale ostacolo all’eliminazione dei controlli di capitale introdotti in tutta fretta cinque anni fa dal governo per impedire la fuga dei capitali dall’isola. A causa dei contrasti con i creditori internazionali il premier è stato costretto a fare un passo indietro rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale, e ha precisato che fornirà un piano di rientro nella normalità finanziaria entro fine mese.
 
NEGOZIATO DIFFICILE – Inoltre il negoziato con l’Unione Europea è sempre stato difficile anche su temi che esulano dal crack bancario: Bruxelles ha sempre chiesto a Reykjavík di aderire all”acquis communitaire’ su alcuni punti, fra cui la libera circolazione di capitali e il coordinamento delle politiche di pesca, che l’Islanda non ha mai gradito. Vicende che hanno finito ora per intrecciarsi coi debiti bancari, giacchè la disputa feroce è con quei creditori offshore che hanno 8 miliardi di dollari intrappolati nell’isola. Gunnlaugsson ha già detto che in cambio del ritorno alla normalità vuole che i creditori riducano le loro pretese.
 
NON PUNIBILE – Ma starà meglio un’Islanda ‘single’, cioè slegata dai vincoli europei? Probabilmente sì, perchè a differenza di altri (fra cui l’Italia) non è punibile per la causa in corso alla Corte Suprema Europea, dove Regno Unito e Olanda reclamano i loro soldi, e non dovrà sottostare a quote pesca che, rimessi nel cassetto i sogni di tramutarsi in un paradiso fiscale, tornano ad essere fondamentali nell’economia e nella vita quotidiana dell’isola. tanto che sarebbe già stato unilateralmente aumentato il volume di pesca allo sgombro in barba alle trattative.
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