Italia: “Ripresa? Basta abrogare il Fiscal Compact”. E ora c’è il referendum

Raccolta di firme in tutti i Comuni per promuovere un referendum contro l'austerità imposta da Bruxelles

CONTRO AUSTERITY E FISCAL COMPACT – La guerra all’austerità imposta dai vincoli europei ed al pareggio di bilancio in Costituzione ha finalmente una forma ed una sostanza. È stata infatti depositata in Corte di Cassazione la proposta di Referendum "Stop austerità. Referendum contro il Fiscal Compact", che ha per oggetto la legge 243 del 2012 che dà attuazione alla introduzione del principio di pareggio del bilancio in Costituzione (Legge costituzionale n. 1 del 2012).
 
FISCAL COMPACT: COS’E’ – Il Patto di bilancio europeo, formalmente Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria (conosciuto anche con l’anglicismo fiscal compact, letteralmente "patto finanziario"), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea[1], con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, entrato in vigore il 1º gennaio 2013.Il patto contiene una serie di regole, chiamate "regole d’oro", che sono vincolanti nell’UE per il principio dell’equilibrio di bilancio.
L’accordo prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastricht fissati dal Trattato CE, l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:
– obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1),[10]
– obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL)
– significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL
– impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).
Sebbene sia stato negoziato da 25 Paesi dell’Unione europea, l’accordo non fa formalmente parte del corpus normativo dell’Unione europea.
 
IL REFERENDUM – Uno dei rappresentati del Comitato promotore del voto popolare (maggiori informazioni su www.referendumstopausterita.it), il professore ordinario di economia politica all’Università del Sannio, Riccardo Realfonzo, ha spiegato le ragioni del referendum in un’opinione pubblicata sul sito Economia Politica. "Il Fiscal Compact rischia di rivelarsi deleterio per la ripresa. Costringerebbe infatti il governo italiano a praticare ulteriori drastiche politiche di austerità, per i prossimi due decenni. Si tratta di impegni che tecnicamente non possono essere rispettati, a meno di volere trascinare il Paese in una prolungata recessione dagli effetti sociali devastanti. Per questa ragione, è bene che gli italiani si esprimano sul referendum che abbiamo proposto, respingendo un approccio di finanza pubblica pesantemente restrittivo che non ha alcuna giustificazione tecnico-scientifica. Il referendum ha per oggetto aspetti specifici della legge 243 del 2013, la quale dà attuazione al principio del pareggio di bilancio recentemente introdotto nella Costituzione (con la legge costituzionale n. 1 del 2012). Un percorso impercorribile all’insegna della più ottusa austerità. In Italia, a causa della risposta sbagliata alla crisi, il Pil resta oggi a un livello del 9% più basso rispetto allo scoppio della crisi e la disoccupazione è più che raddoppiata, passando da 1,5 a 3,1 milioni".

Anche il professore ordinario di Economia politica Gustavo Piga fa parte del comitato, di cui è anzi il responsabile: "Riforme e sostegno ciclico all’economia  – attacca Piga dalle pagine de Il Garantista – sembrano dunque ambedue necessari per riavviare la crescita in Italia. Ma vi è un’altra dimensione fondamentale della strategia di ripresa che pare sfuggire ai più: la sequenza temporale di queste due esigenze. L’impianto istituzionale europeo è ormai indirizzato a condizionare eventuali sostegni all’economia alla adozione preventiva di "riforme" da parte dei singoli governi nazionali e spesso a politiche di conti pubblici sempre più in equilibrio. Così la BCE di Draghi condiziona gli aiuti da Francoforte a deficit pubblici sempre più bassi a forza di maggiori tasse e minori spese, mentre la Commissione europea fa intravedere un qualche margine di flessibilità, ma solo a ‘riforme ben avviate’ e senza deviare da un processo di risanamento delle finanze pubbliche. E’ una sequenza che si è rivelata fallimentare. E’ ovvio che il timing strategico del cambiamento in Europa debba essere rovesciato: prima si interviene a sostegno di chi soffre, riportando il sereno nei Paesi in difficoltà, e prima si rivelerà semplice e fruttuoso il cammino delle riforme. Al ‘whatever it takes’ di Draghi, frase celebre per indicare che si farà tutto quanto il necessario per non affondare, deve ora seguire una nuova fase, quella del ‘wherever it aches’, del sostegno dovunque ci sia sofferenza. Per intervenire ovunque vi sia sofferenza c’è bisogno di rimuovere il tappo principale all’avvio di una fase di aiuto concreto alle economie in maggiore difficoltà come l’Italia. Se l’Europa si è dotata di un pilota automatico, chiamato Fiscal Compact, che indica senza se e senza ma il percorso di riduzione del debito pubblico a forza di maggiori tasse e minori spese (anche a casaccio e non chirurgiche, non mirandole ai veri sprechi) è evidente che nell’attuale turbolenza l’aereo europeo rischia di schiantarsi contro la montagna. A meno che non si ridiano le leve del comando al pilota. Il che significa permettere ad ogni Paese membro dell’area euro di adeguare la sua rotta tramite la moratoria a monte sulle riduzioni acritiche di debito e deficit che impone il Fiscal Compact.

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