Italia: i fondi per lo sviluppo economico vanno quasi tutti in armamenti

Circa tre/quarti dei soldi disponibili vanno a finanziare l'industria bellica

C’è un Paese in cui ogni anno i tre/quarti dei fondi pubblici destinati al rilancio economico vengono spesi per costruire carri armati, aerei e navi da guerra destinati alle forze armate, e che per i prossimi anni, sempre a favore della produzione di armamenti, vedrà rifinanziamenti per 3,2 miliardi di euro, a fronte di meno di 2 miliardi destinati al dissesto idrogeologico e 1,7 miliardi all’edilizia sanitaria. Quel paese è l’Italia, e la notizia non farà certo piacere, oltre che a normali cittadini, a tutti quei piccoli e medi imprenditori in difficoltà che fanno i salti mortali per garantire il pagamento degli stipendi ai dipendenti e gli obblighi fiscali.

LEGGE DI STABILITA’ – La legge di Stabilità 2016 destina infatti – come da una decina d’anni a questa parte – circa 2,7 miliardi di euro al finanziamento di programmi d’armamento della Difesa, vale a dire il 73% dei complessivi 3,7 miliardi di stanziamenti del Ministero dello Sviluppo Economico a sostegno della competitività e dello sviluppo delle imprese. Il resto, più o meno 1 miliardo di euro, viene destinato in massima parte al fondo incentivi per le imprese (772 milioni al Fondo di Garanzia per le Pmi, prezioso strumento di agevolazione dell’accesso al credito per le imprese).

Lo stanziamento per il comparto difesa rappresenta da solo i due/terzi dell’intero bilancio del Mise (4,3 miliardi) e, dato altrettanto eclatante, il 99,7% degli stanziamenti per la politica industriale e le piccole e medie imprese. Per l’autentico sostegno alle Pmi, al Made in Italy, alle aziende in crisi e allo sviluppo sostenibile resta infatti lo 0,3%, pari a 7 milioni. Il restante budget del ministero, poco più di mezzo miliardo, è destinato alla promozione dell’export italiano (169 milioni), allo sviluppo delle telecomunicazioni (117 milioni, di cui solo mezzo milione per la banda larga), alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici e lo sviluppo delle fonti alternative (241 milioni) e alla tutela dei consumatori (8 milioni).

NUMERI – La produzione dell’industria bellica italiana (Finmeccanica, Fincantieri, Iveco-OtoMelara, Avio, Elt, ecc.) è evidentemente ritenuta dalla politica il settore industriale strategico su cui puntare per la ripresa della nostra economia. Una scelta che avvantaggia un settore, quello della difesa, che conta in Italia 112 aziende, 50mila occupati e 13,3 miliardi di fatturato (dati Aiad), a fronte del comparto delle Pmi, che conta (al netto delle microimprese con meno di 10 dipendenti) 134 mila aziende con 3,9 milioni di occupati e 838 miliardi di fatturato (dati Cerved).

MISE – Il Mise, interpellato su questa attenzione preferenziale per l’industria bellica da Il Fatto Quotidiano, ha risposto che “gli stanziamenti per la Difesa sui nostri capitoli di bilancio, approvati di anno in anno dal Parlamento, rispondono a una politica industriale che riconosce da un lato l’importanza dell’esigenza di difesa nazionale sancita dalla nostra Costituzione, e dall’altro l’elevato contenuto tecnologico di questo settore industriale che funge da volano per l’intera economia”. E sul sostegno alle Pmi, il ministero rivendica l’importanza degli interventi agevolativi a loro favore (2,7 miliardi di euro nel 2014), finanziati però con risorse di provenienza comunitaria.

IL RUOLO DELLE BANCHE – Peraltro, si legge sul sito banchearmate.it, la Relazione 2015 del governo sull’export di armamenti ha ridotto gravemente la trasparenza sulle operazioni svolte erito dalle banche: non solo non ha ripristinato l’elenco di dettaglio delle operazioni bancarie (scomparso dal 2008 senza alcuna giustificazione al Parlamento), ma invece dell’elenco delle “Operazioni Autorizzate” riporta solo quello delle “Operazioni segnalate”, quelle cioè che ogni anno svolge ogni banca, ma che non permettono di risalire all’intera operazione autotizzata. Qui la TABELLA in pdf direttamente dal sito.

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