Italia: agricoltura, fotografia di una crisi

Aziende poco produttive, stato assente. E anche le eccellenze soffrono

Troppe micro imprese, scarsa produttività.
E’ questa la fotografia deprimente della nostra agricoltura che negli ultimi due anni ha scontato anche il prezzo della crisi, con il crollo dei prezzi.
La filiera agroalimentare produce l‘8,4% del Pil (15% con l’indotto) e assorbe il 12% dell’occupazione, ma lo scenario non è roseo.

Un rapporto consegnato da Confagricoltura al ministero delle Politiche Agricole a fine 2009 sottolineava per esempio che tra il 2000 e il 2009, a fronte di un calo dello 0,8% dei prezzi dei prodotti agricoli, gli agricoltori hanno dovuto sopportare un aumento del 26,8% dei prezzi dei mezzi di produzione.
Così, se il reddito reale per addetto in agricoltura nei 27 paesi europei è cresciuto del 7,7% tra 2005 e 2007, in Italia è sceso del 12,1%.
Nel solo 2008, anno di crisi, nell’Europa a 15 è sceso solo dello 0,2%, in Italia ben del 18,9%.

Anche le nostre eccellenze soffrono. E’ il caso per esempio di ortofrutta e vino.
Così l’export alimentare perde terreno: nel 2008 è tornato allo stesso livello del 2000 e nel generale calo sono coinvolti vino, cereali, olio, cioè i nostri prodotti migliori.
Un rapporto di Nomisma rivela che tra i principali competitori europei, l’Italia non solo presenta il valore aggiunto per addetto più basso (19.600 euro contro i 26.000 della Spagna e i quasi 55.000 dei Paesi Bassi) ma denota anche una perdita di competitività: mentre le imprese agricole degli altri paesi europei hanno ottenuto performance reddituali in crescita, le italiane sono rimaste al palo.

I problemi sono strutturali: l’agricoltura è stata sempre considerata un settore da sovvenzionare per tutelare l’occupazione più che un campo strategico per l’economia. E le aziende si sono date solo raramente una configurazione efficiente, con un’eccessiva parcellizzazione. La politica tende a preservare il “serbatoio di voti”, cioè le aziende più piccole, mentre sono quelle grandi ed efficienti che competono a livello internazionale.
Così, le varie campagne sulla difesa del “made in Italy” e sulla tutela della qualità dei nostri prodotti agroalimentari rischiano di proteggere “riserve indiane” di un artigianato di lusso che però non salva il settore dalla crisi.

Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura, sostiene che l’agricoltura dovrebbe essere considerata finalmente come un vero e proprio settore industriale, con politiche adeguate. Si tratta insomma di creare “infrastrutture logistiche, agevolazioni negli investimenti, contenimento dei costi previdenziali e fiscali”.
E soprattutto – lamenta Vecchioni – in Italia ci si trova sempre con la coperta troppo corta. Così, quando si è trattato di cercare gli ammortizzatori sociali per la Fiat, sono stati spostati 500 milioni di euro dei contratti di filiera destinati all’agricoltura, ai fondi per la cassa integrazione.

Altrove come se la cavano? Si lavora su credito e costo del lavoro.
In Francia, Sarkozy ha messo a disposizione del settore 1,1 miliardi di euro e fornito fideiussioni creditizie, in Germania la Merkel ha stanziato 750 milioni e abbattuto i costi previdenziali.
In Italia il ministro dell’Agricoltura si è limitato a promettere di ricorrere all’Ue per fronteggiare la crisi, ma Bruxelles non sembra intenzionata a intervenire. E dunque?

Italia: agricoltura, fotografia di una crisi