Irlanda al verde, cos’è successo e perché può succedere nel resto d’Europa

L'Irlanda chiede aiuto ma i suoi conti pubblici erano migliori di quelli altri paesi europei, Italia compresa. Cerchiamo di capire perché

Irlanda declassata, euro in picchiata, sovraindebitamento e ristrutturazione del debito, piano di soccorso. E’ una pioggia di termini tecnici quella che in questi giorni ci sta arrivando addosso da ogni media. Dovrebbe aiutarci a capire come sta andando l’economia del Vecchio Continente (e quindi anche la nostra) ma per molti “non addetti ai lavori” finisce solo per alimentare un crescente stato d’ansia. Se devo morire per l’Irlanda – penseranno molti – almeno mi piacerebbe sapere perché.

Per capirlo – e per capire se davvero rischiamo di “morire” per l’Irlanda – proviamo a considerare una alla volta le principali espressioni che circolano in questi giorni.

Standard&Poor’s declassa l’Irlanda

Anche per gli Stati e i governi gli esami non finiscono mai. Standard&Poor’s è una delle principali agenzie di rating del mondo (insieme a Moody’s e Fitch) e il suo compito è dare un voto di affidabilità a vari soggetti, sia privati (ad esempio le banche) che pubblici. Nel caso degli Stati, S&P valuta il cosiddetto “rischio sovrano“, ovvero il rischio che uno Stato non sia in grado di pagare i propri debiti, cioè gli interessi sui titoli che emette (Bot, Btp ecc.).

La valutazione viene espressa con un voto: per il rischio a lungo termine (oltre 1 anno) la scala va da AAA (massima affidabilità) a D (perdita conclamata). Ora l’agenzia ha abbassato di un gradino il rating per l’Irlanda: da AA- (Rating alto/qualità più che buona) ad A (rating medio-alto/qualità media). Siamo ancora lontani dalla bancarotta ma la china è pericolosa.

Il Piano di soccorso europeo

La difficoltà finanziaria di un paese ha effetti ovviamente sulla sua moneta. Che in questo caso è anche la nostra. L’euro si è svalutato rispetto al dollaro tornando sotto la soglia degli 1,33 dollari. Un mese fa per compare 1 euro ci volevano 6 cents più.

Il pericolo per l’euro ha fatto scattare l’intervento dell’Unione europea con l’ipotesi di un piano di soccorso all’Irlanda che si stima tra i 50 e i 90 miliardi di euro. Un flusso di denaro straordinario per proteggere la solvibilità del paese. Il precedente recente è quello della Grecia. Ma la Cancelliera tedesca Angela Merkel – a capo della più forte economia del continente – detta alcune condizioni per la partecipazione della Germania al piano: noi mettiamo i soldi ma Dublino deve garantire la stabilizzazione, cioè la riduzione del suo debito pubblico. Che vuol dire tagli drastici alla spesa.

Stabilizzare i conti

Il problema principale per la Cancelliera tedesca è il rapporto debito (deficit) / Pil, cioè le colonne portanti della partecipazione all’euro. Secondo gli accordi iniziali ogni paese dell’Eurozona dovrebbe rispettare questi parametri:

  il deficit (cioè la parte di spesa pubblica che supera le entrate) non deve superare il 3% del Pil (prodotto interno lordo);
  il debito (cioè quello per gli interessi sui titoli di Stato) non deve superare il 60% del Pil.

Ma a dieci anni di distanza dalla nascita dell’euro quasi nessun paese aderente sta al di sotto di queste soglie. L’Italia, per esempio, nel 2009 aveva un rapporto deficit/Pil del 5,3% e debito/Pil del 115,8%, in entrambi i casi quasi il doppio del limite massimo.

Paradossalmente il debito pubblico irlandese non è sempre stato fuori controllo. Come fa notare Martin Wolf su Il Sole 24 Ore, l’Irlanda non è la Grecia: “Nel 2007 il debito pubblico irlandese era appena il 12% del Pil, contro il 50% in Germania e l’80% in Grecia”. In Irlanda dunque “non è lo Stato che ha fatto corto circuito, ma il settore privato“.

Proprio quello che ha fatto la fortuna del Paese ora lo sta trascinando nel baratro. Un’economia altamente liberalizzata e flessibile ha fatto dell’Irlanda nel corso del decennio la “tigre europea”. E questo ha fatto “impazzire” la sua finanza. I titoli di Stato irlandesi erano molto più ghiotti di quelli di molti altri paesi europei, Germania compresa. “Non c’è da sorprendersi – continua Wolf – che i fornitori di credito privati non siano riusciti a disciplinare il boom: lo avevano provocato“. Poi, come in tutti i cicli, l’eccesso di indebitamento scatena le vendite. “I mercati finanziari hanno cambiato umore, i prezzi delle attività sono precipitati, tutta la sciagurata orgia creditizia è venuta alla luce e il governo irlandese è dovuto correre affannosamente in soccorso delle sue banche“.

Un altro caso in cui “privato è bello” ma poi a mettere le pezze c’è sempre lo Stato e l’Europa. Finché dura. (A.D.M.)

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