Il futuro dell’economia? Sempre più “white”

Nel 2016 è boom del risparmio energetico e anche il pil ringrazia

Nell’ultimo anno la white economy ha catalizzato investimenti in tutto il mondo per 400 miliardi di dollari, più della generazione elettrica da fonti fossili e delle energie rinnovabili. A rivelarlo una ricerca Avvenia che, basandosi su dati dell’International Agency for Energy (Iae), ha identificato i 12 Paesi chiave nella lotta al cambiamento climatico e ha calcolato il risparmio da essi ottenuto a partire dal 1974, quando in questi Paesi, per rispondere alla crisi energetica del 1973, vennero adottate le prime misure di efficientamento energetico.

Il futuro dell’economia, dunque, sembra essere sempre più “white”.  Teleborsa ne ha parlato direttamente con Giorgio Mottironi, Direttore Strategia e Comunicazione di Avvenia che, dati alla mano, ci ha fornito un quadro dettagliato e completo.

Può spiegarci, nel dettaglio, cosa si intende per White Economy?

La White Economy è, più in generale, il mondo di servizi, strumenti, prodotti e soluzioni che permettano di migliorare il modo in cui l’energia viene utilizzata, con l’obiettivo di ridurne gli impatti sui costi operativi diretti ed indiretti. Si occupa quindi di razionalizzare i consumi di energia, promuovendo sistemi efficienti da un punto di vista energetico e che l’esperienza ha poi confermato essere efficienti anche da un punto di vista macroeconomico.

Non a caso la White Economy è definita una questione di “primaria” importanza: lo stato di salute dei sistemi produttivi ed economici dei Paesi viene definito sulla base di due importanti indici, il rapporto tra i consumi di energia “primaria”, espressi in Tep (tonnelate di petrolio equivalente) e le tonnellate di prodotto/i realizzate, quindi Tep/Ton, ed il suo inverso, ovvero Ton/Toe. Il primo indice da un’indicazione molto precisa su quanto sia “conveniente” produrre una determinata tipologia di bene in quel determinato sistema, il secondo ci dice invece quale deve essere lo sforzo che deve sostenere un’azienda per aumentare la produzione o essere più competitiva.

Se il primo indice ci permette di capire se un sistema economico è in grado di accogliere una determinata tipologia di produzione, il secondo ci da informazioni sul quanto a lungo tale paese sarà in grado di confrontarsi con i mercati e la loro evoluzione.Nella oramai lunga storia delle economie di mercato che si sono occupate dell’energia, i primi sforzi sono stati, a volte anche sbadatamente, direzionati verso le soluzioni di approvvigionamento alternative, incentivando impianti e tecnologie che permettessero di sfruttare le fonti rinnovabili o che comunque garantissero una riduzione degli impatti ambientali ed economici del “mix di energie” messe a disposizione dal Paese.

Ciò ha sicuramente permesso di migliorare il primo indice, ma non ha sicuramente aiutato il sistema a migliorare il modo in cui l’energia viene impiegata. Concentrare gli investimenti e gli incentivi sul miglioramento del secondo indice (ton/toe), facendo quindi efficienza energetica, significa spostare l’attenzione dalle tecnologie ai risultati conseguibili dall’introduzione di queste tecnologie stesse. In questo l’Italia è stata una precorritrice dei tempi. Gli obiettivi che devono essere raggiunti, in termini di riduzione dei consumi di energia primaria attraverso interventi di efficientamento, sono, come per molte altre cose, definiti a livello Europeo ma, ogni Stato, ha la possibilità di definire le proprie politiche incentivanti. Oggi con il meccanismo dei “certificati bianchi” l’Italia ha fatto scuola, consentendo alle società che forniscono servizi di efficientamento e gestione energia di sviluppare un “know-how” che è il vero petrolio del Bel Paese.

Avvenia, nel suo essere leader della fascia di mercato legata ai progetti ad alta innovazione, ha sempre perseguito strade che fossero guidate dalle idee e dalle soluzioni in grado di produrre i migliori risultati, e non solamente dalla scelta di tecnologie, anche di avanguardia. L’efficienza energetica è una questione di innovazione e rivoluzione, e non è facile convincere e convincersi che in alcuni casi la novità possa essere nel migliorare ciò che già esiste..

Il futuro economico di un Paese sta nella capacità di programmare strategia e medio e lungo termine ma al contempo di dare la possibilità al sistema di avere strumenti per adeguarsi rapidamente ai cambiamenti. La White Economy, l’efficienza energetica, quella vera, con il suo sguardo camaleontico, come un giano bifronte è in grado di guardare al presente, all’immediato futuro ed alle prospettive più avanzate.

Una ricerca condotta proprio da Avvenia ha mostrato come nel 2016 la white economy ha catalizzato investimenti in tutto il mondo per 400 miliardi di dollari, più della generazione elettrica da fonti fossili e delle energie rinnovabili . Può darci qualche dato?

Da anni gli investimenti in energia rinnovabili hanno superato complessivamente quelli per la generazione elettrica o termica “tradizionale”. Il 2014 ed il 2015 hanno fatto registrare un record per la “green economy”, con palesi ed ingombranti complici come la decrescita del mercato petrolifero e la crisi del carbone. Di li, nonostante ci siano consistenti movimenti e trasferimenti delle risorse dal solare all’eolico, a testimonianza di un cambiamento anche delle tecnologie, il volume complessivo mondiale degli investimenti ha iniziato a calare. I grandi Paesi emergenti Asiatici, responsabili di aggressive politiche di “feed-in” e sostegno al settore, con lungimiranza hanno spostato la loro attenzione dall’incrementare la potenza installata alla dislocazione e successivo utilizzo di tale potenza.

Di recente la Cina ha addirittura innalzato pesantemente la tassazione di fonti non rinnovabili come il gas per usi industriali, costringendo le aziende a cercare, in Europa ed in Italia in particolare, soluzione per la generazione efficiente localizzata e per efficientare i processi, possibilmente migliorando i livelli e la qualità della produzione.

Anche i Paesi più ricchi del Nord Africa, alcuni dei quali dotati di consistenti di risorse energetiche, già promotori di investimenti in rinnovabili – si veda il caso del Marocco, e dell’Algeria più di recente – stanno spostando la loro attenzione, quella delle loro aziende che competono a pieno con l’economia Europea e Mediterranea, al tema dell’efficienza energetica “made in Italy”.

Sotto al clamore delle notizie della “green economy”, tale tendenza ha prodotto una forte crescita degli investimenti nella “white economy” che oggi fa registrare livelli record complessivi anche se fortemente differenziati per settore a seconda delle aree geografiche.

Addirittura, ciò che è più eclatante non è di per se il dato dei 400mld di dollari investiti, ma il risultato prodotto che racconta di un valore circa doppio, 800mld di dollari, di risparmi in energia negli ultimi 5 anni.

Oggi l’efficienza energetica è tema importante anche per la nuova rivoluzione industriale: interconnettere le aziende e le loro filiere interne al mercato, senza capire come le modifiche richieste ai loro comportamenti, in modo quindi automatico, influenzano lo stato di sistemi così complessi, rischia di rendere gli investimenti in tale direzione improduttivi o non collegabili a benefici garantiti o certificati. I principi che invece sono alla base dell’efficienza energetica, permettono di integrare al mondo connesso del futuro, conoscenza ed informazioni che possono produrre una valutazione di quali dinamiche favorire.

Se ciò fosse colto, la “white economy” potrebbe divenire ancor più importante.

In che modo l’Efficienza energetica influenza il Pil?

Il primo effetto positivo, anche se mi permetto di definirlo banale, è legato alla riduzione dell’intensità energetica e quindi, a parità di produzione, produce una riduzione dei costi di approvvigionamento. Ogni punto percentuale in più in investimenti in efficienza energetica è in grado di ridurre di 2,4 mld di euro le importazioni di gas naturale e petrolio. Aspetto che si ripercuote anche sulle politiche di sicurezza energetica e nazionale.

Ma il vero effetto lo si deduce ponendosi il nuovo “giusto” quesito; nella fase di “coming-out” della green economy, le rinnovabili erano la risposta per chi si domandasse quale fosse l’energia più sostenibile da produrre, e ci si ricordava continuativamente che l’energia più pulita o quella più economica è quella che non usiamo.

Con la “White Economy” l’interrogativo cambia: quale è l’energia con il maggior valore? La risposta è esattamente quella che non usiamo, per fare qualcosa in più o meglio.

Studi di settore, più volte rilanciati anche dalla Confindustria Nazionale, riportano la possibilità di incidere per ben due punti percentuali sull’incremento del PIL. Oggi questo significherebbe portare quasi a zero il rapporto Deficit/PIL e soprattutto potrebbe rilanciare un’economia in contrazione producendo nuovi posti di lavoro con una maggiore qualifica e più alta professionalità.

Non solo, le aziende, in grado di proporre al mercato prodotti più efficienti, nella loro fase realizzativa ed anche per il consumatore, potrebbero aumentare i propri utili, mantenendo presidi territoriali ed occupazione, ed influenzare una ripresa dei consumi, a più lungo andare.

 

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