FMI, dubbi sull’austerity. E se non fosse la ricetta giusta?

Dopo i dubbi sul debito greco, quelli sulle politiche di austerità in generale

Le oscillazioni del Fondo Monetario Internazionale sulle politiche economiche che interessano l’Europa proseguono: negli ultimi mesi l’organizzazione presieduta da Christine Lagarde ha prima sparato a zero sul welfare europeo, poi proposto di rivedere le tassazioni spostandole dai ceti meno abbienti a quelli più ricchi, successivamente chiesto una moratoria sul debito della Grecia differenziando la propria posizione da quella della Germania e soprattutto degli altri componenti della cosiddetta ‘Trojka’ (Bce e Unione Europea). Ora fa addirittura trapelare i primi dubbi sul fatto che le politiche di austerità imposte a diverse economie mondiali, in passato e, più recentemente, nel caso della crisi dei debiti in Eurozona.

L’analisi appena pubblicata del Fondo Monetario Internazionale, scritta dagli economisti Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani e Davide Furceri, mette infatti in evidenza i limiti del neoliberismo, pensiero economico che propone, tra le ricette, il consolidamento fiscale, cioè l’austerity.

Così si legge nell’articolo:
“Invece di assicurare la crescita (dell’economia), alcune politiche neoliberiste hanno ampliato le disuguaglianze, minacciando in questo modo le fasi di espansioni durevoli”. L’esempio che viene riportato come successo del neoliberismo è quello del Cile, “miracolo economico”, così come lo definì Milton Friedman nel 1982, per gli incredibili progressi compiuti nel suo percorso di crescita. Merito, per l’appunto, dell’adozione delle politiche del neoliberismo, della cosìddetta agenda neoliberale, imperniata sulla deregulation, sull’apertura dei mercati domestici inclusi i mercati finanziari alla competizione straniera e sul ruolo minore dello Stato, ed espressa attraverso l’attribuzione di “poteri” ai privati, dunque attraverso i processi di privatizzazione e le limitazioni alle competenze statali”.

Ora l’Fmi sembra mettere in discussione il concetto neoliberista. “La privatizzazione delle aziende di proprietà dello stato ha, in diversi casi, portato al miglioramento dei servizi, riducendo il carico fiscale sui governi. Tuttavia, ci sono aspetti dell’agenda neoliberale che non hanno dato i risultati sperati. La nostra valutazione dell’agenda si riferisce agli effetti di due politiche: quella che tende a rimuovere le restrizioni sui movimenti di capitali tra i confini di un paese (dunque il capitale viene reso libero di circolare) e il consolidamento fiscale, a volte chiamato “austerity”, per indicare quelle politiche che tendono alla riduzione dei deficit fiscali e dei debiti pubblici. Una valutazione di queste specifiche politiche (più che l’agenda neoliberale in senso ampio) è arrivata a tre conclusioni inquietanti”:

  • I benefici in termini di aumento della crescita sembrano difficili da individuare, nel momento in cui si esamina un gruppo ampio di paesi.
  • Prominenti sono i costi in termini di aumento delle diseguaglianze.
  • L’aumento delle diseguaglianze a sua volta provoca danni alla sostenibilità della crescita. Anche se il solo o principale scopo dell’agenda liberale fosse quello della crescita, i sostenitori di questa agenda dovrebbero comunque prestare attenzione agli effetti di distribuzione (della ricchezza).

Esplicto l’accenno alla situazione europea: “Sicuramente, molti paesi (come quelli del Sud Europa) sono costretti ad avviare un processo di consolidamento fiscale, dal momento che i mercati non permettono loro di rifinanziarsi. Ma il fatto che ci sia bisogno di consolidamento fiscale in alcuni paesi, non significa che tutti i paesi abbiano questa necessità (…) e, tra l’altro, in alcuni paesi i benefici che derivano dalla riduzione del debito, in termini di garanzia contro una eventuale futura crisi fiscale, sono decisamente bassi, anche nei casi di elevato livello del rapporto debito/Pil. Per esempio, tagliare il rapporto debito/Pil dal 120% al 100% nel corso di pochi anni riduce in modo decisamente lieve il rischio che una crisi colpisca il paese. Le politiche di austerity provocano danni anche alla domanda, peggiorando dunque l’occupazione e la disoccupazione”.

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