Dopo Dubai: la finanza islamica è meglio oppure no?

La crisi del debito del Dubai riporta d'attualità la discussione sulla capacità della finanza islamica di rispondere meglio alla crisi. Certo, le istituzioni finanziarie islamiche non avevano in portafoglio titoli tossici, ma i fatti di questi giorni dimostrano un'elevata esposizione al rischio immobiliare. E i principi che dovrebbero guidarla sono molto forti, però non mancano gli strumenti per aggirarli. Insomma, la finanza islamica avrà un importate futuro se non continuerà a rincorrere quella tradizionale e resterà fedele ai suoi principi ispiratori.

a cura di La Voce

La crisi del debito del Dubai è destinata a riaccendere le polemiche sul futuro della finanza islamica. Causa scatenate degli eventi di questi giorni è stata la difficoltà a rimborsare entro la scadenza del 14 dicembre un sukuk, un’obbligazione conforme alla legge islamica, per quasi quattro miliardi emesso dalla Nakheel. Questa è una società di sviluppo immobiliare controllata dalla Dubai World, una holding dallo Stato.

Al di là dei facili proclami recitati in molti convegni e pubblicazioni sull’inarrestabile crescita negli ultimi anni di alcuni prodotti rispettosi della Shari’a (la legge islamica), nonché del fatto che essi sarebbero riusciti a superare la crisi meglio di quelli legati alla finanza tradizionale, la realtà di questi giorni ci impone una riflessione più attenta sulla natura della finanza islamica. Cerchiamo allora di partire dall’inizio, rispondendo ad alcune domande fondamentali. (1)

SEI DOMANDE (E SEI RISPOSTE)

Che cosa caratterizza la religione islamica?
Quasi tutti gli autori sono concordi nel ritenere che la religione mussulmana si qualifica, da sempre, per una più stretta relazione tra dimensione teologica-morale e dimensione normativa. Questo in campo sociale, politico ed economico. In altre parole, i precetti contenuti nella legge islamica non hanno una valenza limitata alla sola sfera privata, cioè al rapporto tra uomo e Dio, ma costituiscono validi principi per ogni settore della vita pubblica della comunità dei credenti.

L’islam ha costituito un ostacolo alla crescita?
Benché alcuni autori, di cui il più celebre è Timur Kundal, ritengano che la religione mussulmana (e in particolare il sistema ereditario che ostacola l’accumulazione del capitale fra le generazioni, assenza del concetto d’impresa, il forte individualismo ed egualitarismo) sia stata un ostacolo alla crescita dell’area medio orientale, un’analisi più attenta mostra come oggi i paesi islamici presentino situazioni socio-economiche alquanto differenziate, che in larga misura dipendono dall’area geografica di appartenenza.Èun grave errore, infatti, confondere la religione mussulmana con i paesi del Medio Oriente. Paesi come Malesia, Indonesia, Albania, Senegal o Uzbekistan appartengono ugualmente al caleidoscopico mondo islamico. 

     
Quando è nata la finanza islamica?
I fondamentalisti ritengono che la domanda non abbia alcun senso, giacché la finanza islamica è nata con Maometto. E ne sarebbero la riprova il continuo richiamo ai testi sacri, alla cosiddetta “età dell’oro”, cioè agli anni in cui governarono i quattro califfi che succedettero a Maometto, nonché l’utilizzo di strumenti finanziari già noti da secoli.
Più realisticamente, dopo un lunghissimo periodo di torpore, i primi germi di un’identità culturale, politica ed economica islamica possono essere rintracciati nell’India britannica degli anni Quaranta. In quel periodo si fa strada l’idea che i mussulmani avessero bisogno non solo di creare uno stato indipendente da quello indiano dominato dagli indù, il futuro Pakistan, ma soprattutto di riconquistare un’identità culturale e antropologica. Per la prima volta, infatti, si parla apertamente di “politica islamica”, “costituzione islamica” ed “economia islamica”.
Passerà tuttavia ancora molto tempo prima che, negli anni Sessanta, nasca la prima banca islamica a Mit Ghamar in Egitto e poi la Islamic Development Bank nel 1975 a Jedda. E solo alla fine degli anni Ottanta queste esperienze trovano un fertile terreno culturale allo sviluppo della finanza islamica.

La finanza islamica differisce veramente da quella convenzionale?
Indubbiamente la finanza islamica si basa su principi forti che dovrebbero renderla alquanto diversa da quella convenzionale:
ogni transazione finanziaria deve essere legata a una transazione reale; è vietato il tasso d’interesse e quindi il prestito (riba); ogni guadagno implica l’accettazione dei rischi e quindi delle perdite possibili; si afferma il diritto/dovere alla trasparenza e chiarezza dei contratti; sono vietati l’azzardo e la scommessa (maisir) e i guadagni unilaterali; ogni vendita deve essere immediata e certa (gharar).
Nella realtà, tuttavia, le strutture contrattuali basate sulla condivisione dei profitti e delle perdite (mudàraba e mushàraka) sono molto poco utilizzate.
Mentre il 90 per cento dell’attivo delle banche è composto da contratti di scambio (muràbaha), che prevedono il pagamento di commissioni di fatto equivalenti a un tasso d’interesse predeterminato; le obbligazioni islamiche (sukuk) sono, in molti casi, a tutti gli effetti delle cartolarizzazioni in cui il possessore del titolo non ha alcun diritto sul bene sottostante il sukuk; è possibile creare quasi ogni tipo di strumento derivato utilizzando combinazioni di contratti consoni alla shari’a; più in generale è stato fatto un uso estensivo dell’ingegneria finanziaria.  

È vero che la finanza islamica ha resistito meglio alla crisi?
È certamente vero che le istituzioni finanziarie islamiche non avevano in portafoglio titoli tossici e forse hanno un grado di leva inferiore. Tuttavia, come abbiamo visto in questi giorni, erano molto esposte al rischio immobiliare, che ha generato notevoli perdite. Alcuni sukuk, oltre a quello emesso dal Dubai World, erano già saltati nei mesi scorsi (Saad Group, Investment Dar).
Tutti gli indici di borsa e i fondi d’investimento rispettosi alla legge islamica hanno subito forti ribassi, in parte recuperati negli ultimi mesi. In altri termini, l’affermazione che la finanza islamica non è stata coinvolta dalla crisi finanziaria e che dunque rappresenta un modello alternativo alla finanza convenzionale, come da molte parti si è sentito dire, non sembra del tutto condivisibile.

Che futuro ha la finanza islamica?
In conclusione, se la finanza islamica rimarrà fedele ai suoi principi ispiratori avrà un importate avvenire. Se invece continuerà a rincorrere quella convenzionale, è evidente che non potrà che ripeterne gli errori, partendo per altro da una posizione di svantaggio sia tecnica che etica.

(1)Molte delle idee illustrate in questo articolo trovano una ben più vasta trattazione in Rony Hamaui e Marco Mauri, Economia e finanza islamica, Il Mulino, Bologna, 2009

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