Finanza ‘hard’, lo Stato italiano possiede più derivati di ogni altro paese al mondo

Trenta miliardi, cinque manovre fiscali. Sono gli investimenti del Tesoro in strumenti finanziari ad alto rischio. Un portafoglio colossale su cui occorre vederci chiaro

Show us your swaps, Mario. “Mario, facci vedere i tuoi swap“. E’ il titolo irriverente con cui il settimanale della Reuter, una delle più autorevoli agenzie di stampa internazionali, introduce un argomento scottante: i giochi finanziari ad alto rischio dello Stato italiano.

“Il Tesoro italiano ha un portafoglio colossale di strumenti finanziari derivati“, denuncia la testata. “Con un ammontare stimato di 30 miliardi di euro, i banchieri concordano sul fatto che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti finanziari derivati. Nulla di sbagliato in sé: le tesorerie hanno tutto il diritto di usare i derivati per gestire il rischio di tasso. Ma il problema è che l’Italia rifiuta di fare chiarezza su quanto detiene esattamente in derivati e se rischia di dover liquidare nel breve termine alcune di queste posizioni. Una mancanza di trasparenza particolarmente preoccupante per un paese il cui debito pubblico è sotto stretta osservazione”.

In sintesi: giochiamo con strumenti ad alto rischio più di ogni altro paese al mondo ma possiamo permettercelo molto meno di altri. E per di più non facciamo chiarezza sulla questione.

                     Che cosa sono i derivati
Come dice il nome, si tratta di prodotti finanziari il cui valore “deriva” dall’andamento di un altro bene (azioni, obbligazioni, valute ecc.) oppure dal verificarsi di un preciso evento. E’ una sorta di “scommessa” su un avvenimento futuro: ad esempio, le quotazioni di quel titolo saliranno o quello Stato non sarà in grado di pagare il suo debito. L’attività o l’evento, che possono essere di qualsiasi natura, costituiscono il cosiddetto “sottostante” del prodotto derivato. La relazione che lega il valore del derivato al sottostante è il risultato finanziario del derivato, detto “pay-off”.

I prodotti derivati sono utilizzati principalmente per due scopi :
1) ridurre il rischio finanziario
di un portafoglio (finalità di copertura): acquisto un titolo nella ovvia speranza che salga, ma al tempo stesso acquisto un derivato sullo stesso titolo che prevede il calo delle sue quotazioni. Comunque vada non ci perdo;
2) ottenere un profitto
assumendo esposizioni di rischio ma ad alto rendimento (finalità speculativa).

Una richiesta di trasparenza

L’articolo Reuter riporta anche il caso di Morgan Stanley, una delle più importanti banche d’affari americane, che ha ridotto la propria esposizione in credit default swaps (Cds) verso l’Italia di 3,4 miliardi di dollari. Il Cds è una sorta di assicurazione/scommessa sul rischio di default di un paese, ma diventa anche un termometro della crisi: più ne hai e più alto è il rischio. Non è chiaro, però, come si sia svolta questa operazione con Morgan Stanley: se lo swap è stato ceduto il Tesoro italiano potrebbe non aver pagato nulla. Ma se, come molti pensano, il contratto è stato chiuso, il giochetto potrebbe esserci costato circa 2 miliardi di dollari. Quasi una mezza manovra finanziaria.

Per ovvi motivi cronologici  l’attuale governo ha una minima parte di responsabilità di  questa situazione: un portafoglio così non si accumula in pochi mesi. Secondo l’ Eurostat, l’ufficio statistico europeo, l’Italia ha fatto (ab)uso di finanza “creativa” tra il 1998 e il 2008 (è stato sopratutto con Tremonti che questa prassi è esplosa). Operazioni che prima risultavano anche redditizie, ma con l’arrivo della crisi evidenziano un rischio insostenibile.

Il governo Monti dovrebbe quindi, a differenza dei suoi predecessori, sollevare il coperchio, cioè dichiarare pubblicamente e con chiarezza che cosa stiamo realmente rischiando. Prima di accorgercene da soli quando la mina derivati esploderà. (A.D.M.)

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