“Il federalismo fiscale toglierà la speranza di crescita al Sud”

Intervista a Francesco Delzìo. "La novità arriva dai nuovi governatori, stanno cambiando modo di fare politica e insieme possono fare pressione per invertire la rotta"

“Con il federalismo fiscale le regioni meridionali saranno più povere. Le risorse disponibili per lo sviluppo economico subiranno un taglio drastico, le Regioni del Sud non avranno più fondi per far crescere i loro territori. Ciò rischia di mettere in atto una secessione silenziosa“.
Francesco Delzìo, l’autore di “Generazione Tuareg” e “La scossa”, torna a parlare della questione meridionale. “Una questione – dice – verso la quale si è imposta una rassegnazione etnica. Ormai si dà per scontato che il Mezzogiorno non possa più crescere. Perso per sempre. Povertà e sottosviluppo come regola”. E avverte: un milione di giovani non lavorano, non studiano, vivono nei bar e sono facile preda della criminalità organizzata e degli sfruttatori: una massa di persone che potrebbe trasformasi in una bomba sociale”.

Il rapporto Svimez 2010 ha fotografato una realtà difficilissima: povertà, sottosviluppo, estinzione dell’industria. Eppure sui media la notizia è passata semi inosservata. Non è strano?
Questo atteggiamento, se è possibile, è peggiore dei dati economici. C’è una rassegnazione etnica. si dà per scontato che il Mezzogiorno non possa più crescere. Perso per sempre. In qualsiasi altro paese un simile rapporto economico occuperebbe il dibattito politico per giorni.

La manovra finanziaria taglia i fondi Fas, mentre sta prendendo forma i federalismo fiscale. Cosa cambierà?

Per quanto riguarda i fondi Fas, è prevalsa l’idea degli amministratori cialtroni, ovvero che qualsiasi euro investito nel Sud è buttato. Modo di pensare pericoloso, che sottende, appunto, l’idea dell’immutabilità, della rassegnazione.
A ciò si aggiunge – e a me questo preoccupa molto di più – il federalismo fiscale prossimo futuro. Se andrà in porto, toglierà al meridione ogni speranza di crescita.
Perché da un lato è introdotto il criterio dei costi standard come elemento di controllo della spesa per i servizi essenziali erogati dalle regioni. Una scelta in linea di principio condivisibile.
Ma non si dice che le risorse destinate alle competenze previste dal titolo V della Costituzione, fra le quali ci sono le iniziative per lo sviluppo, saranno distribuite in base al reddito pro-capite degli abitanti. Traduzione: per i governatori delle regioni meridionali riduzione del 20% in bilancio.
Questa è una secessione silenziosa, significa – di fatto – dividere il paese.

Perché l’opinione pubblica del Sud accetta questo federalismo?
L’assoluta mancanza di reazione è legata a un’atavica sfiducia nella classe politica locale. Dunque, si fa passare tutto per inevitabile.
Ed è profondamente sbagliato, qualcosa sta cambiando. Le recenti elezioni regionali hanno visto l’affermazione di governatori bravi, capaci, con idee nuove. Da queste persone è possibile fondare le premesse per un futuro migliore.

Sarebbe utile la formazione del partito del Sud?
No. Ridurrebbe la questione meridionale a un fatto locale, mentre così non è. E poi la lega Nord – che è il modello di riferimento – è nata come partito di rottura, con uomini nuovi, con una forte presenza sul territorio. Il partito del Sud, di cui si parla, è esattamente l’opposto: facce conosciute e vecchia politica.
La vera novità, invece, è il costituirsi di un movimento trasversale tra i giovani governatori che, al di là degli schieramenti politici, faccia da “lobby” per dare voce e forza al cambiamento

Intanto i giovani si danno alla fuga o al far niente

E’ così. Circa 300mila giovani ogni anno emigrano verso il Nord. Un’emorragia di risorse continua, un impoverimento del territorio.
Poi ci sono quelli che né studiano, né lavorano. Secondo l’Istat sono circa un milione. Giovani rassegnati, manovalanza per la delinquenza organizzata e gli sfruttatori.
Una nazione non può permettersi di lasciare per strada un simile potenziale che, peraltro, potrebbe trasformasi in una bomba sociale.

Nel suo libro “La scossa”, tra le proposte, c’è la creazione una no tax area per il Sud. L’idea ha trovato seguaci nel mondo politico?
No, le mie sono state parole inascoltate. Un po’ me lo immaginavo, perché per portare a casa la no tax area, l’Italia dovrebbe fare pressione a Bruxelles, sollevando la questione meridionale come un’emergenza nazionale. In nessun paese dell’Unione esiste un‘area depressa di circa venti milioni di abitanti. Servirebbe una battaglia identitaria, nazionale, ma è una pratica semi-sconosciuta per la politica nostrana.
Inoltre a far da freno c’è lo stereotipo che dice: l’arrivo di capitali, anche privati, sono intercettati dalle mafie.
Assurdo. Perché se prevale questo modo di pensare, il Sud è destinato, da qui all’eternità, al ritardo. Senza dimenticare che la criminalità organizzata ha gioco facile sulle persone economicamente ricattabili.

Fabio Cavallotti

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