Fase 2: così zone rosse e lockdown se riparte il contagio

Gli indicatori per l’allerta sono di tre tipi:  capacità di monitoraggio, accertamento diagnostico, tenuta dei servizi sanitari. Le chiusure a zone sono sempre possibili.

Venti indicatori suddivisi per tre macroaree, ovvero capacità di monitoraggio; accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti; stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari. Passa da qui la strada tracciata dal ministero della Salute, stando alla bozza di documento in possesso all’Adnkronos, per monitorare l’epidemia del Covid-19 nella cosiddetta Fase 2.

Parametri che equivalgono a dei campanelli d’allarme, da tenere costantemente sott’occhio – con l’aiuto, i dati e le informazioni aggiornate dei territori – per valutare se ‘chiudere i rubinetti’ di eventuali focolai – come ripetuto in più occasioni dal premier Giuseppe Conte – e far scattare il lockdown. Più o meno esteso a seconda dei centri di diffusione del virus tracciati.

Tabelle e algoritmi, illustrati dal governo a presidenti di Regioni e assessori alla sanità, che determineranno la chiusura di aree a rischio, che potrebbero includere intere regioni o aree più o meno estese.

Per ciascuno dei 20 indicatori è fissata ‘soglia’ e ‘allerta’, quest’ultima scatta quando il valore indicato supera il livello di guardia. Per i tamponi, ad esempio, la soglia è sotto controllo quando il trend di positivi è in diminuzione in setting ospedalieri e Pronto soccorso, scatta l’allerta, invece, se in questi ambiti il trend è in aumento.

Tra gli indicatori più significativi, naturalmente, figura il “numero di nuovi casi di infezione confermata da Sars-Cov-2 per Regione non associati a catene di trasmissioni note”. Rispetto a questo parametro, il ministero nel dossier sentenzia che la “presenza di focolai” e “nuovi casi di infezione non tracciati a catene note di contagio” richiede “una valutazione del rischio ad hoc” per decidere se la situazione in Regione richieda “un ritorno alla fase 1”.

Nel documento viene messo nero su bianco che “nei primi 15-20 giorni dopo la riapertura è atteso un aumento del numero dei casi”.

I 20 indicatori -con un occhio attento ai posti letto in terapia intensiva che non devono superare il livello di guardia del 40%, altro parametro decisivo perché spia della tenuta del sistema sanitario- danno vita a una matrice che definisce i rischi, la griglia del lockdown. Chi entra in zona ‘rossa’, con un rischio “alto” o “molto alto” di impatto del contagio retrocede alla fase 1. E torna ad abbassare le saracinesche.

In collaborazione con Adnkronos

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Fase 2: così zone rosse e lockdown se riparte il contagio