Arriva la tassa sul telefonino: si chiama “equo compenso”

Sovrapprezzo sui device elettronici in base alla loro capacità di memoria. Tutela del copyright o abuso nei confronti dei consumatori?

Un colpo tra gli 80 e i 300 milioni di euro, una tassa su cellulari e pc a tutela dei titolari di diritti di opere scaricate dagli utenti.
E’ questo il contenuto del decreto con cui il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi si appresta ad aggiornare le norme sul copyright, con un decreto che deve essere emanato entro il 31 dicembre.

La logica è semplice: la maggior parte della musica e dei video si consuma ormai via smartphone, in Italia pare che la quota sia superiore anche a quella dell’iPod (19% contro 18% di penetrazione, secondo stime di Forrester Research).
Esiste poi una direttiva europea di quattro anni fa che raccomanda di estendere le norme sulla  royalty compensativa ai nuovi strumenti tecnologici: in gergo, si chiama “equo compenso“.

E quindi, si vuole estendere la tassa a tutti i supporti e gli apparecchi in grado di riprodurre “opere dell’ingegno”: non solo cd e dvd vergini, masterizzatori, videoregistratori o lettori mp3 ma anche hard disk, chiavette Usb e telefonini con funzionalità da riproduttore multimediale.
Dalle anticipazioni, pare che le nuove tariffe saranno flat, proporzionate alla capacità di memoria di apparecchi e supporti, e non calcolate in percentuale sul prezzo di vendita: insomma, una vera e propria “tassa sulla memoria” (così è stata ribattezzata da chi è particolarmente critico).

La ricaduta sui prezzi al consumo è ancora tutta da verificare.
secondo Stefano Parisi, ad di Fastweb e presidente di Asstel (l’associazione che rappresenta gli operatori telefonici), l’equo compenso potrebbe arrivare fino a 2,50 euro per apparecchio venduto.
I fronti contrapposti si sono già delineati: favorevoli al decreto sono ovviamente la SIAE e Confindustria Cultura Italia (che rappresenta le maggiori imprese nel settore della musica, del cinema, dell’audiovisivo e dell’editoria); contrari, gli operatori telefonici e le associazioni consumatori.

A questo proposito, così si esprime Altroconsumo in un comunicato:

«Il ministro Bondi sta per firmare un decreto che prevede di applicare il cosiddetto “equo compenso”, il sovrapprezzo per compensare i mancati introiti per gli autori dovuti alle copie per uso privato, a tutti i dispositivi elettronici in grado di memorizzare dati.

Telefonini, pc, console videogiochi…
Il decreto prevede che il sovrapprezzo vada a colpire decoder, computer, console per videogiochi e persino cellulari; si tratta della stessa tassa già applicata su dispositivi come lettori mp3 e cd vergini per compensare i supposti mancati guadagni di autori e detentori dei diritti

Un provvedimento ingiusto
In questo video-inchiesta abbiamo chiesto ai consumatori e ai commercianti il loro parere su questo nuovo obolo applicato stavolta su apparecchi che solo lontanamente hanno a che fare con musica, film e quant’altro sia tutelato dal diritto d’autore: se è vero che ad esempio un cellulare può contenere anche file mp3 è anche vero che la stragrande maggioranza delle persone lo utilizza soprattutto per telefonare. Pur riconoscendo giustamente quanto dovuto ad autori ed editori, giudichiamo questo favore alla Siae ingiusto soprattutto perché applicato sulle tasche dei consumatori in un momento di crisi. Una simile tassa porterebbe nelle casse della Siae oltre 250 milioni di euro l’anno.

Un meccanismo assurdo e obsoleto
L’equo compenso ha una formulazione che risale a un’epoca lontana dal mondo digitale, e dunque:

    * non è basato sull’effettivo danno causato ai detentori dei diritti dalla copia private, ma su semplici presunzioni;
    * non tiene in alcuna considerazione l’esistenza di restrizioni tecnologiche alla copia privata e i casi nei quali il diritto alla copia sia già previsto e remunerato da licenze. Questo genera fenomeni di doppio, triplo o quadruplo pagamento;
    * non è trasparente. Il consumatore che acquista prodotti ai quali si applica l’equo compenso non ne viene affatto informato e, allo stesso modo, la distribuzione agli autori delle somme provenienti dall’equo compenso avviene sulla base di meccanismi poco accessibili e buona parte viene assorbita dai costi strutturali e amministrativi della stessa Siae.»

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