Materie prime, prezzi alle stelle: effetto Cina sul mercato

Il Dragone fa shopping mentre gli altri tirano la cinghia. E anche la struttura dei prezzi cambia

Centocinquanta minatori intrappolati sotto terra e una nave cargo che si incaglia nella barriera corallina, rischiando di riversare in mare petrolio e carbone: sono due disastri made in China che richiamano attenzione sulla sete di materie prime del Dragone, unica potenza ad attraversare la crisi economica globale pompando ancora più energia nel proprio motore.

Secondo Energy Bulletin, la strategia è stata molto semplice: la crisi è stata vissuta anche come opportunità (alcuni sostengono che nello stesso termine cinese per “crisi” 危 机, wēijī – quel “” implichi proprio “opportunità”).
In buona sostanza, mentre nel 2009 gli altri riducevano l’acquisto di materie prime, la Cina ha invece pigiato sull’acceleratore sfruttando il calo dei prezzi e cercando sempre più di controllare i giacimenti stranieri.

In questa strategia, lo strumento più efficace sono stati i prestiti: a lungo termine e a bassi interessi sia alle compagnie cinesi a caccia di materie prime, sia ai governi stranieri disponibili a sfruttare le proprie risorse in partnership con la Cina.
Il tutto è ovviamente stato possibile grazie alla grande liquidità disponibile e al sostanziale controllo delle banche da parte delle autorità.
Un esempio: nel 2009 la China Development Bank (CDB) presta alla China National Petroleum Corp (CNPC) 30 miliardi di dollari per un progetto di acquisizioni nell’arco di cinque anni; al contempo, concede un prestito da 10 miliardi alla compagnia petrolifera statale brasiliana Petrobras per lo sfruttamento di giacimenti offshore, in cambio di 160mila barili di greggio che prenderanno ogni giorno la via della Cina.

Questo slittamento del baricentro energetico verso Pechino ha anche forti implicazioni geopolitiche: con la Cina si relazionano infatti sia i governi sul libro paga di Washington sia quelli sul libro nero. Nascono così nuove partnership economiche che scompaginano il vecchio sistema delle alleanze Usa-centrico, la politica ne è il naturale corollario. Fanno per esempio affari con il Dragone, in ordine alfabetico, Angola, Arabia Saudita, Australia, Brasile, Iran, Kazakistan, Sudan e Venezuela.

Ecco gli accordi più significativi siglati nell’ultimo anno:

  • Aprile 2009: CNPC fa una joint venture con Kazmunaigas – la compagnia petrolifera di stato del Kazakistan – per rilevare JSC Mangistaumunaigas (MMG) al prezzo di 3,3 miliardi di dollari. E’ l’ultimo di una serie di accordi che portano la Cina a controllare circa un quarto della produzione petrolifera kazaka, anche grazie a un prestito da 5 miliardi ad opera della Export-Import Bank.
  • Ottobre 2009: un consorzio guidato CNPC e BP si aggiudica l’appalto per lo sviluppo dei pozzi di Rumaila in Iraq, una delle maggiori riserve del pianeta. Il consorzio investirà 15 miliardi di dollari per portare la produzione giornaliera di Rumaila da 1,1 a 2,8 milioni di barili, raddoppiando così l’output iracheno. CNPC controlla il 37% del consorzio; BP, il 38%, il governo iracheno, il 25%.
    L’accordo è anche da vedersi come testa di ponte per future operazioni della Cina in Iraq.
  • Novembre 2009: Sinopec fa una joint venture con l’ecuadoriana Petroecuador, di proprietà statale, per sviluppare due giacimenti petroliferi nella provincia orientale di Pastaza. Da quelle parti, Sinopec è già ben insediata, avendo acquistato con CNPC la filiale ecuadoregna della canadese EnCana Corp nel 2005 per 1,4 miliardi.
  • Dicembre 2009: CNPC acquista quote del giacimento Boyaca 3 nel bacino dell’Orinoco, in Venezuela. Contemporaneamente, CNOOC fa una joint venture con  Petróleos de Venezuela S.A. per sviluppare il giacimento Junin 8 nella stessa area. Gli accordi sono considerati parte della strategia con cui il presidente venezuelano Hugo Chávez vuole aumentare le esportazioni di petrolio verso la Cina per emanciparsi dal mercato statunitense.
  • Dicembre 2009: CNPC fa un accordo con il governo di Myanmar per costruire e gestire un oleodotto che unirà l’isola birmana di Maday con Ruili, nello Yunnan. L’operazione permetterà alle petroliere cinesi in arrivo da Africa e Medio Oriente di evitare lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale, pattugliati dalla flotta Usa.
  • Marzo 2010: CNOOC International annuncia l’intenzione di acquisire il 50% di Bridas Corp, compagnia energetica privata argentina che opera anche in Bolivia, e Cile oltre che in Argentina stessa. Produce sia petrolio sia gas. CNOOC pagherà 3,1 miliardi di dollari per la sua quota azionaria.
  • Marzo 2010: PetroChina entra in joint venture con Shell per acquisire Arrow Energy, produttore australiano di coal-bed methane (gas naturale estratto dagli strati di carbone presenti nel sottosuolo).  Le due major pagheranno circa 1,6 miliardi a testa.

Fuori dal mercato energetico strettamente inteso, ci sono poi gli accordi nel settore minerario, che riguardano ferro, rame, bauxite e altro.

Le conseguenze?
Di tutti i tipi, ma il Financial Times ne sottolinea una che riguarda il ferro: la pressione della domanda cinese e degli altri Emergenti ha infatti cambiato il modo in cui se ne stabilisce il prezzo.
Secondo il sistema “tradizionale”, in vigore dal 1960, questa valutazione dipendeva dal primo accordo stipulato in ordine temporale tra una compagnia mineraria e una siderurgica. Il resto del settore si sarebbe basato su questo parametro per un anno intero. In tal modo, il prezzo era in qualche modo calmierato.

Ora il metodo si adeguerà a quello utilizzato per altre commodities (come il petrolio) e i prezzi oscilleranno ogni quadrimestre.
E’ il cosiddetto “mercato spot“, reso tale dal fatto che nel 2009 il commercio internazionale di ferro ha raggiunto il volume complessivo di quasi 900 milioni di tonnellate (erano 450 milioni nel 2000). La Cina rappresenta circa il 70% di questo mercato (era il 16% dieci anni fa).

Leggi “mercato oscillante” e pensa “prodotti derivati“.
E sì, perché il su e giù dei prezzi favorisce le speculazioni finanziarie: soldi facili per chi abbia il coraggio, le informazioni e la base finanziaria per rischiare; un’occasione di reinvestimento per gli stessi produttori e consumatori di ferro, che possono così tutelarsi contro le eccessive oscillazioni.
Sta di fatto che gli analisti stimano già in diversi miliardi di dollari le potenzialità di eventuali futures sui minerali ferrosi.

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