E-commerce, in caso di recesso anche la spedizione va rimborsata. Pochi lo fanno

Lo stabilisce una sentenza europea ma molti negozi on line non la applicano. Ecco cosa prevede la legge e come viene aggirata

Lo shopping on line non è più una realtà di nicchia. Lo si vede dai numeri: un giro d’affari in Italia di 6 miliardi di euro, cresciuto del 900% negli ultimi otto anni, passato indenne anche dalla crisi economica. Ma è un canale d’acquisto che può nascondere varie insidie. Al punto che il Codice del consumo prevede tutele particolari per chi compra in rete. Una è quella dell’art. 64, il cosiddetto diritto di recesso del consumatore.

Cos’è il diritto di recesso?

In tutti i contratti conclusi a distanza (quindi anche gli acquisti on line) la legge consente al consumatore di “cambiare idea”, cioè di rinunciare all’acquisto senza dover fornire nessuna spiegazione, entro 10 giorni lavorativi dalla consegna della merce (se il consumatore non è stato informato dal venditore della possibilità di esercitare tale diritto il termine si allunga a 3 mesi). Può quindi rispedire al mittente la merce e dev’essere rimborsato.

Il recesso può essere comunicato per telefono, fax, mail o con apposito modulo on line presente su alcuni siti, ma dev’essere confermato per raccomandata a/r entro le 48 ore successive.

Una recente sentenza della Corte di Giustizia europea ha esteso il rimborso anche alle spese di spedizione addebitate al consumatore per la consegna del prodotto. A carico del cliente restano dunque solo le spese di riconsegna del prodotto al negoziante, se non è previsto diversamente dal contratto.

La “spina” della spedizione

Ma molti rivenditori non si attengono alla sentenza e si rifiutano di rimborsare le spese di spedizione, che in alcuni casi possono avere una notevole incidenza sul costo generale. Un’indagine della rivista Soldi&Diritti rivela che su 14 siti di e-commerce valutati, solo 5 – Euronics, Centracquisti, Mediaword, Misco e Unieuro – rispettano le regole e restituiscono anche i costi di spedizione. Uno di questi – Misco – manda addirittura un corriere a domicilio per il ritiro della merce, accollandosi anche le spese di riconsegna (che è una facoltà e non un obbligo).

Inoltre un solo rivenditore – Pixmania – consente di spedire la raccomandata di disdetta insieme al prodotto, risparmiando sulle spese di rispedizione. In tutti gli altri casi c’è l’onere del doppio invio.

L’imballaggio non serve

Un’ultima annotazione: alcuni negozi on line esigono che la rispedizione avvenga nell’imballaggio originale e in un caso che questo – contro ogni logica! – sia ancora sigillato. Ma la legge prevede che per l’esercizio del recesso è sufficiente che il prodotto sia restituito in normale stato di conservazione. Aprire la confezione e provare il prodotto, con la normale cautela, prima di decidere di rispedirlo è ovviamente un diritto dell’acquirente. Non è affatto necessario che anche la confezione sia integra e non sono valide le eventuali clausole contrattuali che lo prevedono. (A.D.M.)

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