Da Cleveland a Dubai: la finanza e il mattone

Analogie e differenze tra crack dei subprime e rischio default nell'Emirato

Progetti immobiliari per 350 miliardi di dollari, banche internazionali esposte con 80 miliardi in investimenti (di cui circa la metà provenienti da istituti europei).

E’ un Emirato strano, quello di Dubai, con un’economia cresciuta quasi di riflesso rispetto a petrolio e gas che pullulano nei Paesi confinanti e che qui rappresentano solo il 6% del Pil.
In mezzo alla solidità a suo modo semplice e sporca degli idrocarburi, l’Emirato retto dalla monarchia dei Maktoun si connota come un hub, un centro di smistamento di commerci, interessi, servizi.

Tira (o tirava) soprattutto il mattone (30% della ricchezza nazionale), trainato dai megaprogetti in buona parte finanziati dallo stesso Dubai World, la holding d’investimento dell’Emirato che adesso è in crisi. A discendere, i servizi finanziari, il turismo, il commercio dell’oro.

Poi gli investimenti finanziari, con fondi sovrani che controllano il 20% della Borsa di Londra (che a sua volta controlla Piazza Affari) e quote di Standard Chartered, Daimler, Eads (cioè Airbus). E, tra le chicche, una compagnia aerea che sponsorizza i migliori club calcistici europei (prossimamente il Milan).

Un’economia “differenziata“, che attirava altro denaro e testimonial d’eccezione (dai Beckham alla coppia Pitt-Jolie) e che si è improvvisamente scoperta puramente di carta.
La richiesta di congelare 59 miliardi di debiti fino a maggio sta a significare che, a cantieri fermi e prezzi delle case crollati del 50%, la ruota ha preso a girare al contrario.

Il mattone è il trait d’union tra Cleveland (epicentro statunitense del crack connesso ai mutui subprime) e l’Emirato del Golfo.
Ma non bisogna ingannarsi. , la finanza creativa estraeva profitti da un bisogno sociale reale: l’abitazione.
Chi non poteva permettersela, veniva comunque attirato nel mercato immobiliare con la promessa di vedere reinvestito il proprio stesso debito in titoli che gli avrebbero recato profitto. Abbiamo visto come è andata a finire.
Qui, i prezzi immobiliari si sono gonfiati sulla base di progetti quanto meno stravaganti, senza un bisogno sociale a sostenerli: isole artificiali modellate come un planisfero, grattacieli alti 800 metri o a forma di scacchi e piste da sci nel deserto.

C’è una diversa “moralità” del capitale, in tutto questo?
Mica tanto.
In America, con i pacchetti-salvataggio gentilmente elargiti da ben due amministrazioni, si sono socializzate le perdite dopo aver privatizzato i profitti: pagano tutti per la finanza creativa di alcuni.
Per Dubai, probabilmente, apriranno il portafoglio i parenti dinastici degli Emirati limitrofi. Loro, sono seduti sul petrolio.

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