Tra dollaro e yuan ci rimette l’euro

La valuta del Vecchio Continente sconta il cambio fisso tra le altre due. Problemi per l'industria e l'export

In un articolo su Repubblica, Marcello De Cecco illumina la faccia europea del conflitto dollaro-yuan.
L’euro – si legge – è la vera vittima del cambio fisso tra la divisa Usa e quella cinese, per un motivo molto semplice: se la Federal Reserve conduce (come sta facendo) una politica monetaria aggressiva, cioè immette dollari sul mercato abbassandone il valore, lo yuan li segue.
Invece l’euro, che è libero di fluttuare, si rivaluta: l’industria e le esportazioni europee ne sono così fortemente penalizzate, perché i nostri prodotti, espressi in euro, costano troppo.

Insomma, pare proprio che la paventata guerra commerciale tra l’accoppiata del G2 sia uno specchietto per le allodole, almeno per noialtri europei, vasi di coccio tra i vasi di ferro. Tanto più che gli americani che un giorno sì e l’altro pure si lamentano per la mancata rivalutazione del renminbi (secondo nome dello yuan, quello usato più di frequente per indicare la “valuta”) non sono del tutto svantaggiati dall’artificiale debolezza della valuta cinese.

Questa è la vera osservazione nuova. Se infatti le aziende Usa che vorrebbero esportare in Cina sono penalizzate (le loro merci hanno prezzi eccessivi), i proprietari di multinazionali che hanno investito o esternalizzato oltre Muraglia ne beneficiano.
“Lo yuan debole permette alle loro imprese basate in Cina di impadronirsi di sempre maggiori fette del mercato mondiale dei beni di consumo che producono e alle loro fabbriche basate negli Stati Uniti di importare parti e componenti cinesi a buon mercato da usare per i propri prodotti”.

“Dio sa quanto questo pesi per i fabbricanti europei di prodotti intermedi, come gli italiani ma anche quelli dell’Europa centrorientale che devono sopportare la concorrenza di prodotti simili ai loro provenienti a costi sempre più bassi dalla Cina per via del cambio dell’euro che sale continuamente nei confronti sia del dollaro che dello yuan”.

Insomma, se qualcuno tra noi va a comprare jeans ed elettronica negli Usa e ogni ben di dio in Cina, il tutto grazie all’euro forte, l’altra faccia della medaglia è la stagnazione del livello occupazionale per la doppia pressione che arriva da est e da ovest.
Come è possibile uscirne?

Ancora De Cecco: “Se l’euro fosse una moneta come la altre, espressione di uno stato federale, la Bce potrebbe avere una politica valutaria come l’hanno gli altri. Non è dunque giusto addossare a cinesi e americani tutta la colpa per la rivalutazione dell’euro”.
Capito? Se l’Europa non fosse una semplice unione di Stati, bensì una vera e propria federazione sovranazionale, anche le politiche monetarie del Vecchio Continente potrebbero rispondere just-in-time alle sollecitazioni della congiuntura mondiale. E renderci forse più competitivi senza rigurgiti protezionistici.

Tra dollaro e yuan ci rimette l’euro