Enti locali, la deriva dei Derivati

Non solo le famiglie si indebitano. Le amministrazioni si sono esposte per miliardi. Ecco come


La notizia che quattro banche straniere sono indagate per i Derivati al comune di Milano, riporta in primo piano il tema dell’indebitamento dei nostri enti locali sul mercato finanziario. Come è potuto succedere?

Attualmente circolano più o meno 30 miliardi di euro di titoli di amministrazioni locali e di questi, oltre 20 sono stati emessi all’estero.
Sembra una contraddizione: in origine, prodotti finanziari come i bond comunali, provinciali o regionali (Boc, Bop e Bor) erano stati creati – siamo a metà degli anni Novanta – proprio per raccogliere risorse in loco alternative ai mutui.

Il discorso aveva una sua logica: tu, cittadino, investi nella tua stessa città, provincia, regione e controlli quotidianamente che i tuoi soldi vadano a finire in strade, ponti, mezzi pubblici, etc.
Purtroppo i titoli “locali” sono sempre rimasti meno redditizi di quelli di Stato, per cui i cittadini ne hanno comprati pochi; sono quasi tutti finiti nelle mani di investitori istituzionali italiani e stranieri, soprattutto banche e soprattutto all’estero.

Da un’inchiesta del Sole 24 Ore “risulta che a livello europeo i maggiori creditori stranieri sono tre: le banche tedesche Depfa e Eurohypo e la francese Dexia. Tra mutui e bond, il gruppo Dexia ha oggi crediti diretti e indiretti con le nostre amministrazioni locali per circa 39,2 miliardi di euro. Eurohypo ha sottoscritto bond di amministrazioni locali italiane per circa tre miliardi. Il gruppo di Depfa Bank non rende pubblica la suddivisione tra enti statali e locali, ma nel suo bilancio 2007 ha dichiarato di avere 34,5 miliardi di crediti con il settore pubblico italiano”.

Dopo di che, gli istituti privati ricollocano i titoli sull’allegro mercato dei derivati.
Ma la crisi dei subprime ha reso improvvisamente debole tale mercato.
Non solo: si sospetta che le amministrazioni abbiano spesso utilizzato queste forme di indebitamento non per finanziare attività utili e produttive – quindi redditizie – bensì per rientrare nel bilancio ordinario, rimandando a data da destinarsi (e magari a future amministrazioni) l’onere di recuperare le risorse per estinguere il debito.
C’è infatti poca trasparenza sulle operazioni effettivamente concluse ed è forte il sospetto che siano molte le spese extrabilancio coperte con i derivati.

Inoltre sembra assodato che più gli enti locali sono traballanti e più hanno la tendenza a emettere titoli o a rinegoziare con i creditori le loro date di scadenza, accumulando ulteriori debiti: secondo la Banca d’Italia, l’esposizione delle nostre amministrazioni ha complessivamente già superato i 109 miliardi di euro.
Si vedano per esempio i casi di quattro regioni con grosse difficoltà di bilancio: il Lazio ha piazzato all’estero titoli per 3,17 miliardi di euro, la Campania per 2,2 miliardi, la Sicilia per 1,4, e l’Abruzzo per 1,1.

Il Comune di Torino sta chiudendo in questi giorni un’emissione da 355 milioni con durata di 35 anni. Ma Torino è una delle città più ricche d’Italia, con un’amministrazione finanziaria piuttosto sana.
Preoccupa invece la notizia (Corriere della Sera, 12 giugno) secondo cui la Regione Campania starebbe lavorando per «diluire certe scadenze di rimborso della propria esposizione dai 20 ai 40 anni». Si tratterebbe di rinegoziare tre mutui contratti di recente. Il primo – di cui non è stata ancora pagata la prima rata – ammonterebbe a 693 milioni e la Regione vorrebbe allungare il termine di pagamento dal 2027 al 2043. Per gli altri due, da 776 milioni e da 425, si pensa di rimandare la scadenza di vent’anni.
Chi si troverà ad amministrare Napoli e dintorni alle date di scadenza dovrà sobbarcarsi costi notevolmente superiori a quelli odierni.

E’ solo colpa dei governi locali? Secondo Raffaele Carnevale – senior director di Fitch, agenzia di rating – «Se lo Stato centrale taglia i finanziamenti alle amministrazioni locali e in parallelo blocca la loro capacità di aumentare le tasse, è ovvio che per ridurre il fabbisogno annuale agli enti non resta che spalmare il debito su tempi più lunghi, a fronte di una tendenziale riluttanza a ridurre la spesa corrente».

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