Derivati, cosa sono e perché hanno messo nei guai le casse dei comuni

Una truffa da cento milioni ai danni del comune di Milano. Per la prima volta in assoluto quattro banche vengono processate per l'uso dei derivati. Come funzionano questi strumenti una volta tanto amati

Sono passati solo due anni ma sembra un secolo fa. Ancora all’inizio del 2008, pochi mesi prima dell’esplosione della crisi, i derivati sembravano la cura definitiva per gli enti locali – comuni, province e regioni – soffocati dai propri debiti. Ora sono diventati una brutta grana, chi ce li ha cerca di liberarsene, mentre qualcuno ci lascia lo zampino. Succede ad esempio a Milano, dove – per la prima volta al mondo – finiranno sotto processo quattro banche, un alto dirigente comunale e un consulente finanziario per aver usato con troppa disinvoltura questi strumenti finanziari.

Derivati, “miracolo” a Milano

In realtà più che di disinvoltura l’accusa è di vera e propria truffa. Le banche in questione – Deutsche Bank, Ubs, Jp Morgan e Depfa Bank – avrebbero guadagnato illecitamente circa 100 milioni di euro dall’operazione dei derivati del comune di Milano su un’obbligazione da 1,6 miliardi di euro. Per questo sono stati rinviati a giudizio undici manager delle quattro banche insieme all’ex direttore generale di Palazzo Marino e un consulente finanziario del comune.

Cercando di semplificare una situazione piuttosto complessa, si può dire che il comune, complice il suo dirigente, è stato spinto a firmare un contratto finanziario che era già in perdita nel momento della sua stipula. Per le banche invece ci sarebbe stato un guadagno immediato, mentre la legge richiede che il valore del contratto sia nullo, cioè che i due contraenti partano dallo stesso livello. Un guadagno reale – e non “virtuale”, come sostengono gli istituti di credito – tant’è vero che era stato iscritto in bilancio.

A chi non è esperto di ingegnerie finanziarie viene spontanea una domanda: ma perché un comune si butta nella finanza creativa con strumenti considerati a rischio?

Che cosa sono i derivati

Come dice il nome, si tratta di prodotti finanziari il cui valore “deriva” dall’andamento del valore di un altro bene (azioni, obbligazioni, valute ecc.) oppure dal verificarsi di un preciso evento. In altre parole è una sorta di “scommessa” su un avvenimento futuro: ad esempio, le quotazioni di quel titolo saliranno o quell’ente locale non sarà in grado di pagare il suo debito.

L’attività o l’evento, che possono essere di qualsiasi natura, costituiscono il cosiddetto “sottostante” del prodotto derivato. La relazione che lega il valore del derivato al sottostante è il risultato finanziario del derivato, detto “pay-off”.

I prodotti derivati sono utilizzati per tre scopi principalmente:

1) ridurre il rischio finanziario
di un portafoglio (finalità di copertura): acquisto un titolo nella ovvia speranza che salga, ma al tempo stesso acquisto un derivato sullo stesso titolo che prevede il calo delle sue quotazioni. Comunque vada non ci perdo;

2) ottenere un profitto
assumendo esposizioni di rischio (finalità speculativa);

3) ottenere un profitto privo
di rischio attraverso transazioni combinate sul derivato e sul sottostante per cogliere eventuali differenze di valorizzazione (finalità di arbitraggio).

Un valore a rischio

Il problema più complesso dei derivati è, da sempre, quello della determinazione del loro valore o, meglio, della  stima del loro valore. Questo valore è collegato sia al sottostante che al pay-off e per calcolarlo (o stimarlo) bisogna simulare i possibili scenari futuri.

Il valore del derivato è dunque la media dei valori possibili del pay-off (guadagno/perdita) ma ponderati in base alle probabilità di ciascuno scenario (avranno maggiore peso gli scenari più probabili). Da questo va scontato il valore finanziario del tempo (cioè la distanza tra il momento della valutazione e quello dell’accadimento).

Enti locali alla deriva sui derivati

La legge finanziaria per il 2002 ha dato agli enti locali la possibilità di sottoscrivere strumenti derivati per favorire la ristrutturazione del debito, cioè per ridurne il costo e coprirsi dal rischio della loro stessa insolvenza. Ma il loro uso è dilagato, come dicevamo, spesso in maniera incontrollata.

Lo spiega bene Fabio Amatucci su lavoce.info: “Cosa ha determinato l’attuale situazione di difficoltà? In primo luogo, le amministrazioni pubbliche non sempre dispongono di professionalità adeguate per effettuare operazioni finanziarie sofisticate (…). Inoltre, i funzionari pubblici tendono a ritenere che l’operazione si esaurisca con la firma del contratto, trascurando l’importanza di un monitoraggio continuo dell’andamento dei tassi e le opportunità di rinegoziazione delle operazioni stesse. Considerato che lo swap è un contratto a somma zero, cioè la perdita di un contraente è compensata dal guadagno dell’altro, nel rapporto con gli istituti di credito un’amministrazione pubblica si trova in una posizione di svantaggio”.

Considerando questo deficit di capacità, prosegue Amatucci, “negli enti locali si è riscontrata un’eccessiva fiducia verso gli istituti di credito, alcuni dei quali hanno adottato comportamenti opportunistici, sfruttando a proprio vantaggio l’asimmetria di competenze”. Insomma alcune banche hanno trovato nei comuni dei clienti sprovveduti. E a pagare alla fine sono i cittadini. (A.D.M.)

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