Decreto dignità, niente aiuti a chi delocalizza entro cinque anni. Confindustria non ci sta

Gli industriali attaccano il decreto partorito da Di Maio su lavoro, licenziamenti e soprattutto delocalizzazioni

Tra le misure inserite nel Decreto dignità licenziato dal governo, spicca il pacchetto di articoli per dare una prima, nemmeno troppo corsposa spallata al Jobs Act. Il provvedimento che limita le delocalizzazioni, vieta la pubblicità sui giochi d’azzardo, prevede lo slittamento della scadenza dello spesometro al 28 febbraio dal 30 settembre e stop allo split payment solo per i professionisti.

LICENZIARE COSTERA’ CARO
Nel mirino finiscono i licenziamenti senza giusta causa, aumento del 50 per cento delle indennità, e stretta sui contratti a termine, che non potranno durare più di due anni e dovranno essere giustificati dopo i primi 12 mesi, con le regole che vengono estese anche agli interinali

CONTRATTI A TERMINE
Stretta, appunto, sui contratti a termine e raddoppio dell’indennizzo di licenziamento ma le misure non valgono per i contratti della pubblica amministrazione. I contratti a termine non possono durare più di 24 mesi e dopo i primi 12 devono essere giustificati dalle causali e a ogni rinnovo costeranno lo 0,5% in più. L’indennizzo di licenziamento passa da un minimo di 6 mensilità a un massimo di 36.

CONFINDUSTRIA NON CI STA
Critica Confindustria, che non ha gradito l’intervento sulle delocalizzazioni e soprattutto sui contratti a termine. Il decreto-legge “dignità” approvato ieri è il primo vero atto collegiale del nuovo esecutivo e, anche per questo, “è un segnale molto negativo per il mondo delle imprese”. Questo il primo commento di Viale dell’Astronomia, che sottolinea che “l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati è, in Italia, in linea con la media europea”, il risultato “sarà di avere meno lavoro, non meno precarietà”.

Secondo gli industriali “preoccupa anche che siano le imprese a pagare il prezzo di un’interminabile corsa elettorale all’interno della maggioranza e che si creino i presupposti per dividere gli attori del mercato del lavoro, col rischio di riproporre vecchie contrapposizioni”.

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