Il decoupling ci salverà – Gli effetti della recessione Usa saranno meno pesanti grazie allo “sdoppiamento”

Gli effetti della recessione Usa saranno meno pesanti grazie allo "sdoppiamento"


Uno spettro si aggira per l’economia mondiale o meglio, una parola: “decoupling“, cioè “sdoppiamento“. E’ un fantasma simpatico, perché ci fa sperare che la recessione Usa non colpisca con altrettanta violenza il resto del mondo, vecchia Europa compresa. Ultimamente il dibattito impazza sulle maggiori testate economiche e l’Economist fa il punto: decoupling o non decoupling?
Il fatto è che da un lato siamo tutti immersi nella globalizzazione: i mercati sono interconnessi e, come si dice per la teoria del caos, una farfalla che sbatte le ali in Brasile può far crollare la borsa di Tokio.

Dall’altro lato però gli Stati Uniti non sono più l’unico motore immobile dell’economia mondiale. Le relazioni si moltiplicano, diventano complesse, e la crisi di un solo Paese può essere attutita altrove attraverso flussi economici e rapporti di mercato estranei alla crisi stessa. Questo è appunto il decoupling.

Il Presidente della Commissione europea Barroso si è di recente dichiarato ottimista rispetto alle ricadute della recessione Usa dalle nostre parti. Nel farlo, si è riferito per esempio all’export della Germania – la locomotiva di Eurolandia – che dati alla mano sta crescendo nonostante le difficoltà americane.
Il motivo di tanto ottimismo è semplice: oggi ci si può permettere di esportare non solo in America

Ma i veri protagonisti del decoupling sono i Paesi emergenti, Cina su tutti.
All’origine del fenomeno ci sono diverse cause.

La prima è che se l’export di queste economie verso gli Usa cala, aumenta invece quello verso gli altri Paesi in via di sviluppo.
Alcuni dati: rispetto allo stesso mese di un anno prima, a gennaio 2008 le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono calate del 5%; in compenso sono cresciute del 60% quelle verso Brasile, India, Russia, e del 45% quelle verso i Paesi produttori di petrolio.
Allo stato attuale, metà delle esportazioni cinesi sono dirette verso altre economie emergenti.
E’ un fenomeno che riguarda solo il Dragone? Niente affatto. Le esportazioni sudcoreane verso gli Usa sono diminuite del 20%, ma il totale dell’export è aumentato del 20% grazie ai flussi verso altri Paesi emergenti.

Va poi considerato che durante il 2007, queste economie hanno beneficiato della crescita dei consumi interni e degli investimenti. Questi ultimi non si sono riversati come in passato sui settori votati all’export, bensì al sostegno dei mercati domestici.
Solo il 15% degli investimenti cinesi sono attualmente collegati alle esportazioni; più della metà si rivolgono a infrastrutture e costruzioni. Anche i Paesi produttori di petrolio si sono lanciati in megaprogetti urbanistico-architettonici, mentre Messico, Brasile e Russia pigiano l’acceleratore sulla creazione di infrastrutture.

Si scopre così che le 4 maggiori economie emergenti sono le meno Usa-dipendenti: le esportazioni verso gli Stati Uniti rappresentano solo l’8% del pil cinese, il 4% di quello indiano, il 3% di quello brasiliano e l’1% di quello russo.
Secondo l’Economist, più del 95% della crescita cinese dell’anno scorso è dipesa dalla domanda interna.

Significativo è poi il caso del Messico, Paese collegato a doppio filo con gli Usa. Mentre crollano sia le esportazioni sia le rimesse degli immigrati al di là del Rio Grande, l’economia regge grazie ai ricavi del petrolio, che ha permesso al governo di aumentare gli investimenti di circa il 50% durante il 2007.

Di fatto va quindi sfatata la leggenda secondo cui i Paesi in via di sviluppo siano largamente dipendenti dalle esportazioni nei Paesi sviluppati. Se la globalizzazione tende a sincronizzare i mercati, un recente studio del Fondo Monetario Internazionale dimostra che gli scambi tra economie emergenti crescono più rapidamente di quelli tra loro e i Paesi ricchi.

E’ una sorta di mercato parallelo di cui anche l’Europa potrebbe beneficiare.
Certo, finché l’economia globale è scritta in dollari non si può pensare che il resto del mondo non sia toccato dai chiari di luna del mercato americano. Ma oggi forse ci sono più scappatoie di qualche anno fa.

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