Debito pubblico europeo fuori controllo, al 90% del Pil. Ma in Italia siamo al 126%. I rischi

I paesi dell'euro sono schiacciati dal debito. E in Italia ogni neonato si ritrova già un peso di 33mila euro. In questa prospettiva le manovre saranno sempre più dure

Rigore o crescita, questo è il dilemma. Un dilemma che è sempre più difficile da risolvere: ogni politica espansiva dei governi sembra infrangersi contro la montagna del debito pubblico. Che nonostante i giri di vite, scelti o imposti, in Europa sta crescendo a dismisura: secondo gli ultimi rilevamenti di Eurostat, la media del rapporto debito/Pil dell’Eurozona ha raggiunto il 90% (era 88,2% alla fine del primo trimestre) e quella dell’Unione a 27 paesi l’84,9% (dall’83,5% di marzo).

Un  livello che in Italia sarebbe assolutamente invidiabile. Il debito pubblico italiano, infatti, ha sfondato ormai il muro del 120% sul Pil – il doppio del tetto massimo consentito dal Patto di Stabilità per l’euro – e a metà 2012 si è attestato al 126,1%. E’ il secondo maggiore debito in Europa dopo quello greco del 150,3%. Un’altra posizione in classifica che non ci fa onore.

Per scrivere il nostro debito in termini assoluti ci vogliono 12 zeri e presto ci sarà davanti un 2. Sempre Eurostat ci ricorda che il “buco” italiano superava a fine giugno i 1.982 miliardi, con 28 miliardi di aumento rispetto a tre mesi prima. Questo significa – per rendere la cifra più “tangibile” – che sulle spalle di ogni cittadino italiano, neonati compresi, pesa un debito di circa 33.500 euro.

Il rischio del debito “monstre”

Il debito è quanto lo Stato deve ai suoi creditori, cioè tutti coloro (dai piccoli risparmiatori e alle grandi istituzioni finanziarie, agli Stati esteri) che comprando titoli di Stato finanziano la spesa pubblica. Per avere la garanzia di poter essere “onorato”, il debito di un paese non dovrebbe superare un certo rapporto con la ricchezza prodotta dallo stesso paese, il Pil appunto. Secondo il “Patto di stabilità”, l’accordo che sta alla base dell’euro, questo rapporto non deve superare il 60%.

Non va confuso col rapporto deficit/Pil: il deficit è il “rosso” dello Stato, cioè la differenza tra quello che incassa e quello che spende. In rapporto al Pil il tetto previsto dal Patto di stabilità è del 3%. Le manovre del governo Monti sulle entrate e sulla spesa hanno l’obiettivo si tenere il deficit sotto la soglia ma bisogna anche fare i conti con un Pil in netto calo (previsto un -1,9% per quest’anno).

L’altro numero da tenere sotto controllo è il famoso spread Bund-Btp, al momento attorno ai 325 punti base. E’ la differenza di rendimento tra il titolo pubblico decennale tedesco (Bund) e l’equivalente italiano (Btp). Il nostro titolo, cioè, rende il 3,25% in più. Molto lontano dalle vette di quasi 550 raggiunte in passato ma ancora minaccioso. Un rendimento dei nostri titoli – e quindi uno spread – elevato non è segno di salute, ma solo di una “sopravvalutazione” necessaria per rendere appetibile il nostro bond sui mercati internazionali. Un interesse troppo alto indica solo il rischio di non poter essere pagato.

In sostanza, il rischio ultimo di un aumento eccessivo del debito è il default dello Stato, ovvero l’insolvenza, l’impossibilità di pagare gli interessi sui titoli ma anche gli stipendi dei dipendenti pubblici, le pensioni e i servizi essenziali come la sanità e la scuola. Più verosimilmente il rischio a breve sarà quello di un ulteriore inasprimento delle manovre, con aumento della pressione fiscale e riduzione della spesa. Insomma, come ha ironizzato qualcuno, aspettiamo che ci dicano: per motivi di economia abbiamo spento la luce in fondo al tunnel. (A.D.M.)

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