Death bond, quando la finanza scommette sulla morte dell’assicurato

L'altrui dipartita, trasformata in un prodotto finanziario studiato, regolamentato e immesso sui mercati, garantisce rendimenti a basso rischio, svincolati dall'andamento dei titoli e delle commodities. Homo homini lupus?

Si chiamano death bond, o obbligazioni della morte e da qualche mese hanno fatto il loro ingresso sui mercati europei. Di cosa si tratta e come nasce questo prodotto finanziario dal nome così sinistro?

Anziani, malati, una pensione ridotta all’osso e la crisi economica che morde gli ultimi risparmi. Casi analoghi sono piuttosto comuni e in tali situazioni, chi ha stipultato in passato una polizza sulla vita è facile se ne liberi volentieri, in cambio di denaro sonante e della possibilità di cedere l’onere del premio assicurativo, che ogni anno si fa sempre più fatica a saldare.
Il broker rileva l’assicurazione pagandola  una frazione della quota che si incasserebbe alla morte dell’intestatario (generalmente il 40%) e la trasforma in un prodotto finanziario che viene immesso sul mercato. Naturalmente, più a lungo vivrà l’assicurato, più si assottiglierà il margine di guadagno per chi ha acquistato la polizza, più la morte arriva prima più diventa alto il profitto.

Leggiamo i dettagli sul funzionamento di queste obbligazioni dai cinici risvolti in un articolo di Teleborsa. “Mors tua pecunia mea, così potrebbe essere parafrasato un vecchio proverbio e che sarebbe la filosofia che sta dietro i death bond, le obbligazioni della morte. Già il nome non lascia certo molto spazio all’immaginazione, per cui se scommettere sulla morte può sembrare macabro per qualcuno, non deve pensarla così chi li ha inventati.
Lo scopo di queste obbligazioni è quello di lucrare sulla morte altrui, attraverso l’acquisto di polizze sulla vita intestate a persone in difficoltà economica. Chi sceglie questo strumento scommette sulla morte dell’assicurato entro il periodo di copertura, per poi passare all’incasso in caso del macabro successo.

Questa formula è stata lanciata per la prima volta in Europa da Deutsche Bank, ma non è certamente una novità negli Stati Uniti, dove questi strumenti sono stati studiati, regolamentati e poi immessi rapidamente sul mercato.

L’ORIGINE DEI BOND SULLA MORTE
Gli albori dei death bonds e i loro primi successi risalgono agli anni ’80, periodo in cui l’Aids cominciò a mietere le prime vittime. I malati, ridotti sul lastrico a causa delle costose cure a cui dovevano sottoporsi, incontrarono i primi spietati speculatori pronti ad offrire loro denaro contante in cambio delle loro polizze vita in odor di scadenza. Lo scopo di questi investitori era ovviamente quello di monetizzare le polizze degli assicurati, che nella maggior parte dei casi erano in uno stadio terminale.

La ricerca e le innovazioni in campo medico, che hanno consentito di fare scoperte e rendere sempre più efficaci le terapie per la cura dell’Aids, hanno inaridito questa speculazione sulla morte anche se di fatto questi traffici commerciali non hanno mai avuto fine. E se è vero, com’è vero, che nulla a questo mondo è sicuro fuorché la morte, anche la vecchia Europa ha deciso di seguire le orme degli americani cercando anche nella morte un lucro certo.

I DEATH BOND SBARCANO NEL VECCHIO CONTINENTE
Deutsche Bank, come dicevamo, è stata la pioniera in Europa di questo prodotto finanziario. La famosa banca tedesca, forse con un po’ di imbarazzo nell’illustrare questo nuovo tipo di obbligazioni, ha usato una definizione meno macabra e con un pizzico di eufemismo ha definito i death bond: “Life Settlement Backed Securities” (LSBS). Gli esperti finanziari di Deutsche Bank, per cominciare, hanno individuato negli USA un gruppo di 500 anziani, compresi fra i 72 e gli 85 anni di età, consenzienti ad essere sottoposti ad accertamenti sulle loro condizioni di salute. La banca una volta fatte le ricerche ha deciso di investire sulla durata residua della vita di questi soggetti.

La crisi economica inoltre, che ha colpito in maniera globale e trasversale, ha messo in ginocchio coloro che posseggono polizze-vita, senza considerare poi l’invecchiamento della popolazione e le nuove misure di austerity messe in atto dai governi di tutta Europa che, di fatto, hanno penalizzato le pensioni: si dovrà lavorare fino ai 70 anni secondo le nuove regole pensionistiche.

Quindi quale investimento migliore, per approfittare delle ristrettezze delle famiglie e dei privati, colpiti dalla recessione? Si è poi visto, a posteriori, che questi titoli hanno il vantaggio di essere finanziariamente scorrrelati dal mercato; specificando meglio il concetto, la loro profittabilità non è collegata minimamente alla fluttuazione dei mercati finanziari, come dire che la morte non è collegata né all’aumento delle commodities né a quello dei mercati azionari.

Queste considerazioni renderebbero i death bond un investimento ideale tanto che, ritornando al mercato americano, questi prodotti sono stati impacchettati e cartolarizzati (esattamente come i derivati sui mutui sub-prime) promettendo, in alcuni casi, profitti anche del 25%.

CONSIDERAZIONI MORALI
Investire sulla morte diventa in questo modo un investimento sicuro, se non fosse per le considerazioni di carattere etico e morale che ne derivano e che hanno suscitato l’indignazione di tutti colori che pensano che speculare sulla morte sia “contrario alla morale e alla dignità umana.”

Questo in sostanza è quello che pensa Stefano Rodotà, che ha esposto il proprio sdegno dalle pagine de “La Repubblica”. Il professore, che è stato l’artefice della legge sulla privacy e che da sempre si batte per la dignità della persona, si è unito all’indignazione dell’associazione dei banchieri tedeschi e ha duramente criticato i “Life Settlement Backed Securities” di Deustche Bank come un’iniziativa contraria alla morale e alla dignità umana che, secondo Rodotà , viene violata ogni qualvolta si capovolge il rapporto tra la persona e il profitto che se ne può trarre, attribuendo a quest’ultimo un valore prevalente. Gli anziani, quindi, continua Rodotà, non sono più inseriti in un circuito produttivo. Questo li rende per la nostra società, sempre meno persone e sempre più assimilati ad uno dei tanti oggetti sui quali si costruiscono i prodotti finanziari. E’ triste pensare agli anziani o a coloro che hanno bisogno come produttivi a causa dei loro mali e miserie.

I death bond potrebbero divenire l’espressione più alta di quello che il filosofo Hobbes, già nel XVII secolo, aveva definito “homo homini lupus“. I bond della morte sono solo la punta dell’iceberg, che vede l’uomo e la sua mercificazione soccombere al cospetto del Dio Denaro. La posizione di Rodotà è stata criticata, invece, da chi ha una visione completamente diversa e pensa che i death bond andrebbero guardati da un’altra angolazione.

Questi derivati, infatti, potrebbero diventare molto vantaggiosi per coloro che beneficiando del denaro contante e sonante sono soltanto preoccupati per la propria vita in bilico. I death bond diventerebbero anche un sistema semplice e veloce per cercare di avere un reddito dignitoso da vecchi o, nel caso dei malati, di lasciare alla famiglia i mezzi necessari per vivere.

D’altronde se si vuole parlare di speculazione sulla vita, basti pensare anche ai vari prodotti assicurativi che da tempo pervadono i mercati e a cui da sempre si tenta di dare delle risposte di carattere morale. Gli operatori già conoscono molti prodotti in cui investire, con vari
livelli di complicazione e sofisticazione su vita e morte. Basti pensare alle rendite vitalizie (o pensioni private) o alle assicurazioni sulla vita che tutti noi conosciamo.

Con la rendita vitalizia si paga il premio fino al raggiungimento di una certa età, e poi si riceve una rendita finché si è in vita. Con un’assicurazione sulla vita si paga il premio e la famiglia riceve dei soldi in caso di morte dell’assicurato. Il primo prodotto paga il rischio di vivere troppo, il secondo il rischio di vivere troppo poco. Nel primo caso, l’assicuratore ha interesse che l’assicurato muoia quanto prima, per evitare il pagamento del vitalizio. Nel secondo caso l’assicuratore ha interesse che l’assicurato muoia il più tardi possibile, in modo da evitare di pagare il premio. Quindi anche qui la vita e la morte si intrecciano e sono la discriminante per ricevere il premio da una parte e per evitare di pagare dall’altra.

A questo punto verrebbe da chiedersi cosa c’è di diverso rispetto ai death bond? Desumere delle valutazioni carattere etico e morale non è certo lo scopo ultimo di questa ricerca, semmai saranno gli investitori a trarre le proprie conclusioni con il loro gradimento verso questi strumenti finanziari. Un’ultima considerazione però va aggiunta, qualche giorno prima del lancio dei “Life Settlement Backed Securities” (LSBS), Josef Ackerman, CEO della Deutsche Bank, aveva detto che la banca tedesca sente una speciale responsabilità di perseguire i suoi scopi economici “in modo onorevole e morale“. (fonte: Teleborsa)

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