Davos, ovvero come (non) riformare la finanza internazionale

Si discutono ridimensionamento degli istituti, limiti alle banche d'investimento, tasse sulle transazioni e tagli ai bonus dei manager. Sullo sfondo le proposte di Obama

Non si possono far fallire le banche perché sono troppo grosse: ci sono in ballo troppi interessi.
Fu questo ciò che disse Barack Obama quando gli toccò giustificare il pacchetto di salvataggio per gli istituti finanziari travolti dalla crisi.
In cambio, lasciava intendere una regolamentazione più stretta dei mercati, una riforma del sistema finanziario che non permettesse più usi e abusi della “finanza creativa“.

Ne sono scaturite 2 proposte.
La prima, più populista, è la cosiddetta  “tassa di responsabilità per la crisi finanziaria“: un “ridateci i soldi” più che una riforma vera e propria.
La seconda fa discutere: si tratterebbe di impedire alle banche commerciali (quelle che offrono i normali servizi al cittadino) di comportarsi da banche d’investimento (o banche d’affari, quelle che speculano sui mercati) in modo da scongiurare che eventuali default nelle attività speculative ripercuotano sul risparmio dei cittadini. Non solo: alle banche d’affari verrebbe proibito di investire cifre superiori al proprio capitale.
Si punta quindi a un ridimensionamento degli istituti finanziari, di modo che, in futuro, non possano più essere considerati “too big to fail“.

Ora i venti di Washington sono arrivati fino a Davos, Svizzera, dove i gotha della politica e della finanza mondiali si incontrano ogni anno per decidere le macropolitiche che governano la globalizzazione. L’amministrazione Usa vuole infatti che il nuovo regolamento bancario abbia una ratifica internazionale, altrimenti non può funzionare: se, poniamo caso, le banche svizzere continuassero a fare investimenti scoperti in hedge fund, i divieti in america servirebbero solo a spostare i capitali al di qua dell’Oceano.

In Europa, il modello in voga è quello della “banca universale“, che unisce in sé le funzioni commerciali e d’investimento.
Favorevoli alla proposta di Obama appaiono finora la Francia e i conservatori britannici, mentre il governo di Londra è contrario e i tedeschi ci pensano su. Dopo tutto, sono loro ad avere inventato e a percorrere tutt’ora il gigantismo bancario, con l’Italia che li segue a ruota.

Ma è sull’altra proposta – quella di limitare i bonus dei manager – che gli animi si accendono: forse perché è meno strutturale.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha cavalcato sia questa proposta sia l’idea di tassare le transazioni finanziarie, mentre David Cameron – leader dei conservatori Uk – ha sposato la proposta di farsi restituire i soldi dei salvataggi bancari.
Il punto è quanto regolamentare e come. Se i fautori della “mano invisibile del mercato” restano decisamente contrari a ogni intromissione statale, Nouriel Roubini – indiscusso guru dell’economia planetaria da quando prevedette la crisi mondiale con un anno d’anticipo – è di parere esattamente opposto: ci vuole una buona dose di regole: “I compensi [dei manager, ndr] stanno diventando osceni. Stiamo tornando alle vecchie abitudini.”

Sulla stessa lunghezza d’onda si trova Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea, che ha chiesto alle banche di usare i profitti per offrire credito alle imprese e non per retribuire i top manager.
Le banche dovrebbero “fare tutto il necessario per conseguire i propri veri scopi, cioè per finanziare l’economia reale“, ha dichiarato.

E mentre l’Occidente discute di come e quanto farla pagare a banchieri e top manager, la Cina conquista ancora terreno nella sua scalata ai vertici dell’economia mondiale e mette le carte in tavola.
Il vicepremier Li Keqiang, intervenuto a Davos, ha dichiarato che il Dragone diventerà sempre più un mercato aperto alle merci occidentali, anzi il mercato del futuro. Ma attenzione, guai all’Occidente se chiude i propri, di mercati.

L’anno scorso, il premier Wen Jiabao aveva promesso che nel 2009 la Cina sarebbe cresciuta dell’8%. Nessuno ci credeva e invece l’obiettivo è stato ottenuto con gli interessi: +8,7%.
Forte di questi numeri, Li ha esposto la ricetta cinese per continuare la ripresa in 5 punti: cooperazione economica internazionale; apertura dei mercati; sviluppo equilibrato (considerando i diversi stadi a cui sono giunte le varie economie); collaborazione di fronte alle sfide del clima, della sicurezza alimentare, della salute pubblica e delle forniture energetiche; sviluppo della global governance.
Tradotta in pratica, la via cinese alla crescita prevede più spazio per i Paesi emergenti (di cui la Cina si considera capofila) nelle istituzioni politico-economiche mondiali e maggiori trasferimenti tecnologici dall’Occidente al Celeste Impero.
In cambio, benvenuti nel mercato più grande del mondo.

Davos, ovvero come (non) riformare la finanza internazionale