Da slow food a slow money: la ricetta per una finanza più sana

Meno profitti ma più sani e più lenti. Due economisti diversi spiegano le ragioni della slow finance. Altrimenti salta tutto

"Slow food", "slow money". L’accostamento non è casuale, se pensiamo che le teorie economiche di Woody Tasch sul movimento del "denaro lento" si ispirano proprio alla più nota associazione nata a Bra nel 1986, che promuove l’interesse per un cibo e uno stile di vita più sano e rispettoso dei territori e delle tradizioni locali. (La prefazione al libro di Tasch, Slow Money, è stata infatti scitta proprio da Carlo Petrini, fondatore di Slow Food).

Ma cosa c’entra il cibo con la finanza? "Il sistema produttivo del cibo è lo specchio del sistema finanziario". Lo spiega Tasch in un’intervista rilasciata al Corriere. Se si punta al cibo-spazzatura, ad esempio, nell’immediato sappiamo di poter ottenere ingenti guadagni per i produttori, a fronte di una spesa contenuta per i consumatori. Ma l’impatto a lungo termine sulla salute, la terra e l’acqua è devastante. Lo stesso vale per i mercati: "Se l’obiettivo è quello di massimizzare i rendimenti, allora bisogna cercare il modo più veloce per impiegare i soldi e ottenere profitti; è la strada che porta ai ricorrenti crac di Borsa".
La regola aurea di Tasch, infatti è "riportare il denaro giù sulla terra". Egli infatti promuove, con la sua associazione Investors’ Circle, investimenti mirati a sostegno di aziende e società dedicate alla sostenibilità.

Se i più scettici possono pensare che la teoria dello slow money pecchi di ingenuità, risulterà loro più difficile non considerare attendibili le parole di un insospettabile economista del calibro di Satyajit Das. L’ex banchiere di Citigroup, ex trader, abituato nei suoi libri a raccontare le evoluzioni della finanza estrema (cfr "Extreme Money") sostiene che il "male" della finanza attuale è quello di essersi ormai allontanata anni luce dall’economia reale.

Ma Satyajit Das si spinge persino oltre. In una recente intervista pubblicata sul Financial Times, l’economista ha elencato le sei ragioni per ipotizzare la fine imminente del mercato azionario.
Le Borse rischiano di saltare a breve. Tra i motivi del dissesto, l’accelerazione vertiginosa che ha colpito i mercati negli ultimi anni, soprattutto le operazioni ad alta frequenza o “high frequency tradings” (HFT), che hanno raggiunto il 70% delle negoziazioni complessive di azioni. Il periodo medio di detenzione di un titolo con le HFT è inferiore ai 10 secondi. E Das nota come con i decenni, anche gli investitori a medio termine hanno ridotto l’arco temporale di detenzione di un titolo, passando dai 7 anni del 1940, ai 5 anni del 1960, ai 2 del 1980, ai sette mesi attuali.

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