Da twitter a Instagram, quanto ci costano le clausole di accettazione

Cliccare "Ok" senza stare a leggere le clausole ci costa 250 miliardi di dollari

Quasi nessuno – sia per mancanza di tempo, sia per l’oggettiva impossibilità davanti ad una lunghissima serie di clausole scritte in caratteri piccolissimi – ha l’abitudine di leggere tutte le clausole di accetazione prima di dare l’ok all’iscrizione ad un social network piuttosto che allo scaricamento di un’applicazione per lo smartphone; ebbene, secondo il regista americano Cullen Hoback, che sta girando un documentario in proposito e raccogliendo le firme contro il Patriot Act, cliccare senza aver letto "termini e condizioni" finisce per costare ai consumatori non meno di 250 miliardi di dollari l’anno.
 
180 ORE, 250 MILIONI – Cullen Hoback ha avuto la pazienza di leggerli quasi tutti dedicando al tema un inquietante documentario. Si chiama “Terms and Conditions May Apply” e rivela cose in gran parte ignote. Il quotidiano inglese Guardian, sempre attento a questi temi, ne ha dato alcune anticipazioni riprerse dal Fatto Quotidiano: intanto si scopre che è umanamente impossibile leggere tutte le clausole prima di accettare. Ad un utente medio servirebbero qualcosa come 180 ore, cioè un intero mese di lavoro all’anno per leggere tutto prima di cliccare. Senza contare il linguaggio tecnico con cui sono spesso scritti nonchè i minuscoli caratteri. Secondo il Wall Street Journal, cliccare senza leggere costa ai consumatori qualcosa come 250 miliardi di dollari ogni anno in termini di "cessione di diritti" per quanto concerne le informazioni personali. Chi mette le foto su Pinterest, per fare un esempio, accetta che la società le possa vendere a terzi per altri usi, tipo pubblicità.
 
IL CASO TOYSMART – Quando nel 2000 la società Toysmart fallì, ebbe la brillante idea di recuperare un po’ di soldi vendendo il database dei propri clienti alla concorrenza: indirizzo, preferenze di consumo, dati bancari, il profilo familiare. Tutto fu passato a terzi, anche se nei Termini e Condizioni è sempre vietato. Un atto sostanzialmente illegale, contro cui però il consumatore non può nulla dal momento che i dati personali, una volta inseriti, rimangono nei database per sempre.
 
CONTRO IL PATRIOT ACT – E’ proprio il tema del trattamento dei dati personali quello su cui batte Hoback: “Mi piacerebbe che ogni utente potesse almeno avere la possibilità di sapere quali dati un’azienda possiede su di lui”. “Il diritto di sapere, il diritto di controllare”, è il suo motto. Nel film c’è la storia di uno studente austriaco che decide di chiedere a Facebook quante informazioni ha archiviato su di lui. Normalmente è una informazione che non si può avere, ma il protagonista trova una scappatoia e scopre che su di lui, utente saltuario, Facebook ha raccolto 1.200 pagine di pdf in meno di tre anni. Immaginiamoci la mole di dati per chi usa Fb di più, per condividere viaggi, cibi, spostamenti, amicizie, like. “Quando capisci quanto un’azienda ha memorizzato su di te”, spiega Hoback, “capisci che sei una merce in un commercio. Credi di avere un servizio gratis, ma tu sei parte del business“.
 
”Il diritto di controllo significa che noi dovremmo possedere i nostri dati personali, non l’azienda. E quando una società tradisce la nostra fiducia, dovremmo essere in grado di prendere i dati con noi e se vogliamo, distruggerli”, conclude Hoback. Ma questo non è possibile, per via del Patriot Act, il provvedimento approvato in America all’indomani dell’11 settembre 2001 con il quale si accettavano restrizioni della privacy in nome nella sicurezza. È in base a quello che le aziende possono conservare (e anzi, collaborano con i governi per questo scopo) i nostri dati personali. Hoback sta raccogliendo firme per abolire il Patriot Act e questo documentario è la sua denuncia pubblica del perverso meccanismo.
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