Dal Partenone al Pirellone: Atene piange, la Lombardia non ride

Grazie alla finanza creativa, il debito della Regione è garantito proprio da un bond ellenico. E intanto i cinesi comprano il Pireo

Dopo l’estensione della crisi finanziaria a livello globale, ogni default locale suona a campanello d’allarme per tutto il modo della finanza. Così, dopo Dubai, anche la crisi greca fa tremare i mercati.
Il Sole 24 Ore avanza l’ipotesi che possa minacciare il debito della Regione Lombardia. Non parliamo di briciole, ma di un bond greco da 115 milioni a garanzia del prestito obbligazionario emesso dal Pirellone nel 2002.

Il meccanismo appare stupefacente ma del tutto regolare: nel 2002, si diceva, la Regione guidata da Roberto Formigoni emette un prestito obbligazionario da un miliardo di dollari, con scadenza nel 2032. Se ne occupano Ubs (Svizzera) e Merrill Lynch (Usa), e nelle medesime banche la Regione crea un “sinking fund“: un “salvadanaio” dove, gradualmente, si devono accumulare i soldi che rimborseranno il debito nel 2032.

Ed ecco l’effetto speciale: le banche fanno il loro mestiere, che consiste essenzialmente nel far circolare i soldi, cercando di creare denaro da denaro. Reinvestono così in titoli obbligazionari e pensano bene di piazzare 115 milioni del fondo lombardo in obbligazioni greche.
Fatti loro? Nient’affatto: secondo il meccanismo del sinking fund, le banche si tengono infatti le rendite del fondo (più le commissioni), mentre in caso di perdite, tutto grava sul titolare del fondo, cioè la Regione Lombardia.
E’ evidente,a questo punto, che al Pirellone e dintorni la crisi greca sarà seguita con una certa apprensione.

Ma il quasi default di Atene ha altre implicazioni: chi ha soldi oggi nel mondo? La Cina. Ed ecco che Lucio Caracciolo, su Repubblica, parla della possibilità che Pechino faccia shopping ad Atene e dintorni. In senso letterale: pare infatti che banche cinesi (Bank of China su tutte) siano disponibili ad acquistare bond greci per 25 miliardi di euro in cambio di asset strategici. E tra questi c’è il porto del Pireo.
Qui l’economia sfocia nella geopolitica, caso mai qualcuno le considerasse ancora separate.

Il Pireo è il “principale scalo container nel Mediterraneo orientale“, la porta attraverso cui merci cinesi già affluiscono – e potrebbero ancor più affluire in futuro – in Europa. Passando dalla Grecia, la Cina potrebbe risparmiare rispetto ai porti del “Northern Range” (Le Havre, Rotterdam, Amburgo).
Ma dal punto di vista del “soft power“, è evidente che l’operazione sancirebbe “la crescente influenza cinese nell’area mediterranea intesa nel suo complesso: europea, africana, mediorientale. Un’area dove negli ultimi anni gli americani stanno ammainando bandiera, mentre non solo cinesi, ma anche arabi, indiani e brasiliani stanno entrando alla grande. E lo chiamavamo mare nostrum“.

Ancora una volta sembrano confermarsi le tesi di chi pensa che dalla crisi (o “dalle” crisi) emergerà un nuovo ordine mondiale. Con il suo baricentro spostato molto più a Oriente.

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