Crisi e fuga di cervelli, Tria: “Ci fa perdere 14 miliardi l’anno”

"Poco meno dell'1% del Pil" : lo ha detto il Ministro dell'Economia, durante il convegno di Confindustria digitale alla Luiss Business School

Un fenomeno in atto ormai da anni del quale si continua a parlare senza purtroppo essere riusciti, almeno finora, a trovare una soluzione: la fuga dei cervelli all’estero, vera e propria emergenza dei nostri tempi, costa carissimo all’Italia. C’è chi li ha ribattezzati “migranti” economici,  costretti a lasciare i confini nazionali, in cerca di miglior fortuna altrove. 

14 MILIARDI IN FUMO – “Stiamo disperdendo talenti ma anche risorse”, basti pensare che “la fuga di cervelli all’estero che sta conoscendo l’Italia ci fa perdere circa 14 miliardi all’anno, poco meno dell’1% del Pil”. Così il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, durante il convegno di Confindustria digitale alla Luiss Business School.

“MIGRANTI” ECONOMICI – Ancora una volta a raccontare l’oggettività dei fatti, scattando una fotografia davvero preoccupante, ci pensano i numeri: soltanto nel 2017, l’Istat ha calcolato – tra gli under 30 – 28.000 laureati che si sono trasferiti all’estero e 33.000 diplomati che hanno fatto armi e bagagli.Guardando agli ultimi cinque anni, abbiamo “perso” 244.000 persone registrando, tra l’altro, un lieve aumento tra i diplomati.

Tante le cause: prima tra tutte la difficoltà a trovare una occupazione stabile in grande di garantire un futuro roseo, impresa quasi impossibile negli anni duri della crisi dove imperano, invece, incertezza e precarietà.

Ma non solo, c’è anche da fare i conti con i livelli di stipendi e condizioni di vita più alti oltre confine. Sulla bilancia, pure la a possibilità di fare carriere e di confrontarsi con un mondo del lavoro più performante rispetto a quello italiano, che da tempo appare invece statico e incapace di creare stimoli e motivazioni.

Secondo il Titolare del MEF, inoltre,”Si dice addio all’Italia perché non siamo al passo con i tempi, anche su una partita cruciale per il futuro come quella della trasformazione digitale. È una sfida che va affrontata di petto perché o siamo protagonisti o la subiamo. E se la subiamo il rischio principale è politico”.

Nel corso di questi anni, i vari Governi che si sono avvicendati, hanno tentato di arginare il fenomeno, cercando di far rientrare o comunque di attrarre giovani talenti dall’estero, con provvedimenti ad hoc.

ITALIA E RIENTRO DEI CERVELLI, UN LUNGO FLOP – Il primo programma per il rientro dei cervelli venne varato nel 2001 dall’allora ministro dell’Università, Ortensio Zecchino. Il decreto ministeriale 13/2001 garantiva incentivi agli atenei che offrivano contratti dai 6 mesi ai 3 anni a “studiosi ed esperti stranieri o italiani impegnati in attività didattica e scientifica all’estero da almeno un triennio”. Finanziato con 40 miliardi di lire ogni anno (20 per gli stipendi, 20 per i progetti di ricerca) per il 2001, 2002 e 2003, il piano “Rientro dei cervelli” impegnava gli atenei a fornire adeguate strutture di accoglienza e supporto all’attività dei ricercatori e il ministero era chiamato a offrire ai docenti un trattamento economico adeguato ai livelli europei. Tuttavia, il provvedimento non ottenne i risultati sperati poiché, nel 2006, stando alle cifre, sarebbero rientrati in Italia solo 466 cervelli, di cui circa 300 italiani.

Novità più recenti in questo senso sono arrivate anche dal recente Decreto Crescita, in particolare dall’articolo 5,  Aumenta da 4 a 6 anni la durata del regime di favore per i docenti e i ricercatori che si trasferiscono in Italia, mentre i lavoratori “impatriati” potranno godere di un’ulteriore riduzione dell’imponibile: a essere tassato sarà solo il 30% dei redditi da lavoro autonomo o dipendente prodotti e non più il 50 per cento. 

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Crisi e fuga di cervelli, Tria: “Ci fa perdere 14 miliardi l&#82...