Quanto ci costa la crisi di governo? Miliardi in fumo e fragilità internazionale

E' altissimo il prezzo pagato dal nostro Paese dalla nascita della Repubblica

Dopo aver incassato il disco verde alla Camera con con 321 sì, il Presidente del Consiglio Conte è oggi al delicato passaggio di Palazzo Madama dove va in scena l’atto finale della crisi aperta nei giorni scorsi da Renzi con le dimissioni delle due Ministre Bellanova e Bonetti.

Al di là di quel che succederà (i numeri sono risicati ma il Premier seppur con una maggioranza relativa dovrebbe farcela, riuscendo quantomeno a mantenere in piedi l’esecutivo in attesa di nuovi sviluppi nei prossimi giorni) , il nostro Paese nel bel mezzo della pandemia deve fare i conti ancora una volta con una rottura. Un copione, purtroppo, decisamente noto per lo Stivale.  

“Nei 75 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 66 governi e 29 presidenti del Consiglio con i continui cambiamenti che hanno un costo “inquantificabile” per il sistema-Paese.  Ad affrontare il tema è Milena Gabanelli nella rubrica DATAROOM, pubblicata sul Corriere della Sera con una approfondita analisi sulle conseguenze, su più fronti, delle tante crisi che si sono avvicendate negli anni.

Negli ultimi tempi abbiamo imparato – nostro malgrado – con lo spread, considerato l’indicatore principale per misurare il rischio-Paese. I 70 giorni di gestazione per dar vita al primo governo Conte – si legge nell’analisi a firma Gabanelli-Ravizza –  “fanno impennare lo spread di 100 punti, passando da 144 a 241. Il costo per il sistema Paese è stimato in circa 10 miliardi. Mentre lo studio “Populismo, rischio politico ed economia. Una lezione dall’Italia”, pubblicato lo scorso 28 aprile, mostra un aumento dello spread durante il Conte 1 di 120 punti rispetto al periodo settembre 2014 – maggio 2018. Settanta punti base sono ricondotti al rischio politico, che si traducono in aumento del debito pubblico di quasi 5 miliardi di euro. 

Per non parlare della “fragilità internazionale”: Negli ultimi 10 anni nelle 87 riunioni del Consiglio europeo che definiscono l’agenda politica dell’Ue, l’Italia partecipa con sei diversi premier. La Francia e la Spagna con tre, la Germania con uno.

 
RENZI, AMMESSI SCONGIURI – C’è poi un altro dato particolarmente interessante:  chi innesca la crisi di solito non fa una bella fine. Ne sanno qualcosa Umberto Bossi, (“dopo aver fatto saltare il governo Berlusconi, alle elezioni del 1996 la Lega riceve più voti – passando dall’8,4 al 10% – ma deve uscire dalla coalizione di centrodestra, dimezzando così i seggi in Parlamento (da 178 a 86)”. Fausto Bertinotti, artefice della crisi del governo Prodi nel ‘98: alle elezioni politiche del 2001 Rifondazione Comunista passa dall’8,5 al 5% e perde i due terzi dei seggi (da 46 a 15).

Per Matteo Renzi c’è il precedente del 2014 quando fa cadere il governo Letta. “Incassa subito diventando il presidente del Consiglio più giovane della storia repubblicana e prende il 40% dei voti alle Europee. Ma nel dicembre 2016 è costretto a dimettersi dopo il fallimento del referendum costituzionale”. Non sembra andare meglio all’atro Matteo Salvini, che fa cadere nell’agosto 2019 il Conte I, secondo i sondaggi perde in un anno quasi 10 punti.

Ancora non è dato sapere quale sarà la sorte politica di Italia Viva, ma alla luce di quanto successo in passaggio, per Renzi sono ammessi scongiuri del caso.

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