Credito su pegno, con la crisi le banche rilanciano il vecchio modo per ottenere liquidità

Chiedere un prestito lasciando in garanzia gioielli o altri oggetti di valore. Torna il monte di pietà: le banche fiutano il business, 30mila operazioni al mese

A volte ritornano. La crisi è per qualcuno l’occasione per riscoprire forme di prestito che sembravano passate di moda. E’ il caso del credito su pegno, una pratica per ottenere liquidità che ha 6 secoli di vita: denaro in cambio di un oggetto prezioso (gioielli, orologi, argenteria ecc.) con la possibilità di riscattarlo dopo un periodo stabilito pagando degli interessi. Ora le banche ripropongono questo (profittevole) strumento intercettando una richiesta sempre più diffusa in tempi di credit crunch.

E in effetti si può quasi parlare di boom. La Banca d’Italia ha stimato circa 30mila operazioni su pegno al mese: un fenomeno che sta facendo diretta concorrenza ai negozi “compro oro” perché, rispetto a questi ultimi, il cliente ha il vantaggio (e la speranza) di poter rientrare in possesso del bene.

Come funziona e quanto conviene

CHE COS’E’. Il pegno è una forma di garanzia reale di un credito prevista dal Codice civile (art. 2784 e seguenti). Consiste nella consegna di un oggetto (“cosa mobile”) in cambio di denaro con la possibilità di rientrarne in possesso restituendo la somma più gli interessi stabiliti.

L’OGGETTO DA IMPEGNARE. In genere vengono impegnati oggetti di valore (oro, monete preziose, gioielli, orologi, argenteria) che hanno quotazioni di mercato più definibili. Alcune banche accettano però anche altri beni come quadri, tappeti, pellicce.

LA VALUTAZIONE. Il valore dell’oggetto viene stimato da un perito della banca e serve come base per l’ammontare del prestito, che sarà in ogni caso inferiore al valore stesso (in genere fino all’80% per i bene preziosi e fino al 50% per i beni non preziosi). Questo garantisce alla banca di rientrare in possesso della somma elargita con gli interessi, in caso di mancato riscatto del proprietario.

IL PRESTITO. Sulla base della valutazione la banca concede il prestito, senza nessun’altra indagine patrimoniale (la sua garanzia sta solo nell’oggetto). Rilascia contestualmente una polizza al portatore che indica la data del riscatto (in genere la durata è di 6 mesi ma può essere rinnovata) e gli interessi da pagare.

IL RISCATTO. Allo scadere della polizza il cliente può rientrare in possesso del bene restituendo la somma ricevuta in prestito con gli interessi che variano da banca a banca e possono arrivare (contando il Taeg, cioè il costo globale che comprende anche le commissioni bancarie) anche al 18% su base annua (non troppo distante dal tasso d’usura che per i crediti personali è al 19,4%). E in caso di ritardo si paga anche l’interesse di mora.

LA VENDITA ALL’ASTA. Se il proprietario non riesce a riscattare il bene alla scadenza della polizza, la banca mette all’asta l’oggetto. Se il bene viene venduto a un prezzo superiore alla somma dovuta alla banca (comprensiva di interessi, commissioni e diritti d’asta) la differenza viene versata all’ex proprietario. Un’eventualità abbastanza remota, com’è facile immaginare, anche perché le aste sono delle buone occasioni per acquistare oggetti di valore a prezzi inferiori a quelli di mercato. (A.D.M.)

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