Così la grande finanza decide cosa mangiamo. L’inchiesta

"I signori del cibo" spiega l'insostenibilità del business alimentare

In tempi di sofisticazioni e pericoli connessi, l’opinione pubblica sta raggiungendo una sempre maggiore sensibilizzazione rispetto alle scelte alimentari. Scelte che possonoessere di tipo strettamente utilitaristico – come la preferenza per prodotti di grande qualità a fronte di prezzi alti – o di carattere etico, come nel caso delle varie sfumature del vegetarianesimo. Quello che forse ancora sfugge a molti è che l’alimentazione ed il cibo sono diventati l’ultimo grande business della grande finanza internazionale. I Signori del Cibo (ed. Minimum fax), scritto dall’esperto in politica internazionale Stefano Liberti, ci guida in un’illuminante inchiesta su come il business dell’alimentazione, oltre a danneggiare ognuno di noi singolarmente, stia comprmettendo le sorti del pianeta.

Nella sua inchiesta Liberti ha seguito la filiera di quattro prodotti alimentari chiave nell’alimentazione del Pianeta: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. E ha dimostrato che nulla si produce nei luoghi dove gli alimenti vengono consumati. Ed è interessante scoprire come grandi gruppi industriali sono cresciuti in questi anni “fagocitando grazie alle loro economie di scala i piccoli e medi attori della filiera. Tanto da controllare, ormai, “il mercato alimentare, orientando i nostri gusti e definendo il sapore di quello che mangiamo”. Dunque, ragiona Liberti, è importante cambiare rotta perché, con l’aumento della popolazione mondiale, le risorse si faranno sempre più scarse e diventerà sempre più urgente ripensare il modello di produzione e di consumo.

“La finanza ha un ruolo importante – dice Liberti a Silvana Mazzocchi de La Repubblica -, che è ulteriormente aumentato in seguito alla crisi del 2008: scottati dalla crollo del settore azionario classico e dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, molti gestori di fondi d’investimento e banche d’affari hanno cominciato a puntare sulla produzione e sulla commercializzazione di beni alimentari. Il ragionamento è stato semplice: la popolazione mondiale è in crescita; in alcuni paesi sviluppati e molto popolati come la Cina stanno cambiando le diete, con un aumento esponenziale nel consumo di carne; le terre su cui produrre gli alimenti destinati all’alimentazione umana e ai mangimi per animali non sono infinite. L’insieme di questi fattori rende l’investimento nel settore particolarmente allettante. L’alleanza tra grandi gruppi alimentari e fondi finanziari ha portato allo sviluppo di quelle che definisco aziende-locusta: gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l’ambiente e con i mezzi di produzione – la terra, l’acqua, gli animali d’allevamento – un rapporto puramente estrattivo. Tali ditte hanno come unico orizzonte il profitto, nel più breve tempo possibile. E sfruttano le risorse in modo intensivo, fino al loro totale dissipamento; esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste”.

SOSTENIBILITA’ – “Credo che sia necessario, nel medio periodo, rivedere tutto il sistema alimentare – prosegue Liberti nell’intervista -. L’attuale modello di produzione e di consumo non è più sostenibile, soprattutto in seguito all’aumento del consumo di proteine animali in paesi largamente popolati, come la Cina. In Cina vivono 700 milioni di suini, uno ogni due abitanti. Si tratta della metà della popolazione complessiva mondiale di maiali. Per nutrire queste bestie, che passano la propria vita chiuse in gabbia all’interno di capannoni in attesa della macellazione, vengono importate ogni anno 80 milioni di tonnellate di soia, principalmente dall’America Latina. Per coltivare questa soia, milioni di ettari di terra arabile sono sottratte alla coltivazione di alimenti per il consumo umano diretto e vaste porzioni di foresta amazzonica sono state disboscate. Lo stesso discorso vale per i polli e le vacche. Il sistema alimentare basato sul consumo massiccio di carne industriale a basso costo non è solo inumano nei confronti degli animali allevati, ma è insostenibile per tutto il pianeta. Con l’aumento della popolazione mondiale, le risorse si faranno sempre più scarse e diventerà sempre più urgente ripensare il modello di produzione e di consumo”.

LA FILIERA – “Il mercato del cibo – conclude l’autore – è gestito da pochi grandi gruppi. In tutti gli anelli della filiera alimentare – dalla produzione, alla commercializzazione, alla distribuzione – assistiamo a una crescente concentrazione di una manciata di attori, resa ancora più poderosa dall’arrivo del capitale dei fondi speculativi. Questi gruppi non sono tanto noti al grande pubblico. A molti lettori i nomi dei dirigenti delle ditte che ho incontrato o ho cercato di incontrare durante i viaggi e le ricerche per il mio libro non diranno nulla. Pochi sanno che la cinese Shuanghui è la ditta trasformatrice di suini più grande del mondo – e nel 2013 ha acquisito per 7,1 miliardi di dollari l’americana Smithfield, già numero uno negli Stati Uniti. Pochi conoscono la Cargill, ditta che commercializza soia, cereali e molti prodotti alimentari di base da una parte all’altra del pianeta. Eppure Cargill ha un fatturato che è cinque volte quello di McDondald’s e quattro volte il Pil della Bolivia. Negli ultimi anni, questi gruppi sono cresciuti fagocitando grazie alle loro economie di scala i piccoli e medi attori della filiera. E ormai controllano il mercato alimentare, orientando i nostri gusti e definendo il sapore di quello che mangiamo”.

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