Cos’è il CETA e perché dovrebbe preoccuparci più del TTIP

I rischi connessi agli accordi di libero scambio

Mentre presso l’opinione pubblica europea – specie dopo i ‘leaks’ svelati da Greenpeace – monta la protesta contro il TTIP (l’accordo di libero scambio fra Usa e Ue, contestato per l’ ambigua segretezza e per i rischi connessi ad una probabile ‘deregulation’ alimentare), va focalizzata focalizza l’attenzione sul passaggio preliminare al TTIP, ovvero il CETA, un accordo molto simile fra Unione Europea e Canada. È proprio su CETA che le associazioni lanciano l’allarme e promettono battaglia.

“Se non vogliamo il TTIP, dobbiamo prima fermare il CETA”. È questo l’appello che ong, associazioni e alcuni partiti politici hanno rivolto ai cittadini europei. Se il Consiglio e il Parlamento europeo approveranno l’accordo nel 2016, il CETA potrebbe entrare in vigore già all’inizio del 2017, previa approvazione dei legislatori canadesi. “È necessario smascherare un accordo che non è altro che un TTIP sotto mentite spoglie”, è l’accusa delle associazioni, che ricordano le parole usate dallo stesso esecutivo Ue nei documenti pubblici: “Gli insegnamenti dell’accordo CETA ispireranno certamente i negoziatori dell’Ue con il TTIP”. Per questo motivo “dobbiamo portare più visibilità sul Ceta, specie nei Paesi che non sono informati bene, serve influenza, coinvolgimento, azione”, spiega a Lettera43 l’europarlamentare tedesca Gabi Zimmer, presidente della sinistra unitaria europea Gue, che a Bruxelles ha organizzato una serie di conferenze e dibattiti sul tema.

IL CETA NEL DETTAGLIO – Si tratta del primo vero accordo commerciale su larga scala dell’Ue con una grande nazione occidentale, il Canada, e promette vantaggi commerciali per 5,8 miliardi di euro all’anno, un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro all’anno (grazie all’eliminazione di quasi tutti i dazi all’importazione) nonchérca 80mila nuovi posti di lavoro. Dunque qual è il problema? Lo stesso del TTIP, ovvero che stando ai critici i ‘contro’ sono molto maggiori dei ‘pro’. “L’accordo con il Canada introdurrebbe tante misure comprese anche nel Ttip, quindi è il Ceta che bisogna sventare per primo”, prosegue la Zimmer.
La preoccupazione principale è che, con il via libera al CETA, la maggior parte delle multinazionali americane, già attive sul territorio canadese, potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati le aziende europee, avvalendosi della clausola Ics (Investment court system, ovvero il sistema giudiziario arbitrale per la difesa degli investimenti), omologo dell’Isds inserito nel TTIP, che tanti Paesi Ue stanno osteggiando.

Il Canada è ad oggi il paese industrializzato che ha dovuto affrontare più ricorsi da parte delle aziende.
“Sinora sono stati spesi 135 milioni di euro per i risarcimenti, e si tratta di soldi presi dalle tasche dei contribuenti”, ricorda Pierre Souci, presidente del Consiglio affari sociali del Quebec. L’azienda Lone Pine Resources del Delaware per esempio ha fatto causa al Canada per 150 milioni di dollari, «solo perchè abbiamo cercato di difendere l’acqua potabile», ricorda Soucy. Silk Corporation, altra multinazionale, ha fatto abrogare una legge canadese che vietava l’uso di un acido tossico nel carburante e ha ottenuto un risarcimento di 13 milioni di dollari.

IL PRECEDENTE DEL NAFTA – Il Canada, prima di questo trattato con la Ue, aveva già chiuso un accordo con Usa e Messico nel 1992, un accordo di libero scambio detto NAFTA. Dopo 25 anni i canadesi non sembrano esserne così gratificati: “Noi con il Nafta siamo stati la prima generazione che ha fatto i conti con questo tipo di accordi, ora tocca a voi”, ha raccontato al parlamento Ue Sujata Dey, rappresentante del Consiglio dei canadesi, una delle più grandi organizzazioni di difesa dei cittadini che raccoglie oltre 100 mila membri. “Ci dissero che avremo avuto crescita economica, che saremmo diventati molto ricchi, ma la crescita non è stata per tutti. I salari dei manager sono triplicati, ma adesso c’è più disoccupazione e siamo una delle società con più diseguaglianze all’interno dell’Ocse”.

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