Coronavirus: cure per tutti o immunità di gregge? Cosa fa l’Italia

L'emergenza Coronavirus evidenzia la differenza di approccio fra Cina, Italia e Corea, che puntano al blocco del contagio, e quello di altri Paesi europei che puntano ad una rischiosa "immunità di gregge" che sacrifica parte dell'economia a vantaggio dei conti pubblici

Con la linea scelta da Boris Johnson in Uk e da Angela Merkel in Germania (per ora più sfumata la posizione francese), si delineano i due differenti approcci all’emergenza Coronavirus. Che portano a guardare la questione da prospettive differenti: provare a salvare tutti, con un bagno di sangue economico, o puntare sul contagio collettivo e ‘snellire’ in qualche modo il sistema? E’ questo il grande bivio del 2020.

L’azzardo dell’immunità di gregge
Per quanto abbia già fatto una mezza marcia indietro con l’idicazione dell’auto-quarantena per gli over 70, in Inghiterra Boris Johnson ha scelto l’approccio più ‘economico’. La strategia per il contenimento del virus è che sia essenziale sviluppare una certa immunità nella popolazione – quella che il consigliere scientifico del governo Sir Patrick Vallance definisce “l’immunità del gregge” – e per ottenere questa immunità è necessario che il 60% della popolazione contragga il Covid-19. Che il paese si prepari a “perdere persone care prematuramente”, ha detto Johnson senza mezzi termini. Linea simile in Germania, dove Angela Merkel ha parlato di “probabile infezione per il 60-70% della popolazione tedesca”.

Approccio economico e approccio umanitario
Come nota Roberto Buffagni sul sito italiaemondo.com – in un’ipotesi che sottolinea non essere sostanziata da informazioni statistiche, epidemiologiche, economiche -, gli stili strategici di gestione sono essenzialmente due:

  • Non si contrasta il contagio, si punta tutto sulla cura dei malati (modello tedesco, britannico, parzialmente francese)
  • Si contrasta il contagio contenendolo il più possibile con provvedimenti emergenziali di isolamento della popolazione (modello cinese, italiano, sudcoreano).

Chi sceglie il modello 1 fa un calcolo costi/benefici, e sceglie consapevolmente di sacrificare una quota della propria popolazione. In caso di contagio massiccio della popolazione, i servizi sanitari nazionali potrebbero non essere in grado di prestare le cure necessarie a tutta la percentuale di malati da ricoverarsi in terapia intensiva, una quota dei quali verrebbe così sostanzialmente condannata a morte in anticipo.

Sempre nell’interessante analisi di Buffagni, la quota di popolazione che verrebbe pre-condannata a morte è in larga misura composta di persone anziane e/o già malate, e pertanto la sua scomparsa non soltanto non comprometterebbe la funzionalità del sistema economico, ma semmai la favorirebbe, alleviando i costi del sistema pensionistico e dell’assistenza sanitaria e sociale nel medio periodo.

Soprattutto, la scelta del modello 1 accresce la potenza economico-politica relativa dei paesi che lo adottano rispetto ai loro concorrenti che adottano il modello 2, e devono scontare il danno economico devastante che comporta. Approfittando delle difficoltà dei loro concorrenti 2, le imprese dei paesi 1 potranno rapidamente sostituirsi ad essi, conquistando significative quote di mercato e imponendo loro, nel medio periodo, la propria egemonia economica e politica.

E’ bene dunque che si sappia, in chiave futura, quale sforzo ha deciso di intraprendere l’Italia in questa emergenza sanitaria. Perché se la Cina ha potuto isolare un intero distretto mentre il resto del Paese continuava a produrre, noi siamo fermi e isolati. E non è nemmeno un discorso fra cui dividere gobìverno centrale e Regioni: l’Italia, con tutte le problematiche e le lacune del caso, si muove compattamente per lo stop del contagio.

Immunità di gregge, i dubbi degli specialisti
La scelta che punta sull’immunità di gregge incontra peraltro i dubbi di parecchi specialisti, anche e soprattutto nei Paesi interessati. In Inghilterra diversi medici hanno già lanciato l’allarme, in Italia Roberto Burioni la ritiene una misura scellerata. “Prima di tutto – sottolinea – non sappiamo ancora se chi ha preso il Covid-19 ed è guarito è poi protetto da una successiva reinfezione. E poi noi non abbiamo ancora il vaccino contro il corona. I virus non si auto eliminano, il morbillo o il vaiolo se ne sono andati quando abbiamo cominciato a fare il vaccino. Quindi per immaginare un’immunità di gregge bisogna prima avere il vaccino”. Burioni conclude affermando che parlare di questo argomento “semplicemente non ha alcun senso. Dobbiamo stare a casa e combattere il Coronavirus con le armi che abbiamo, ovvero con l’isolamento. Il contagio è nelle nostre mani”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ Istituto Superiore di Sanità: “Puntare all’immunità di gregge contro il Coronavirus è una sciocchezza: farlo circolare fino a che il 60-70% non sviluppa l’ immunità è una scelta che lascia sul campo molte vittime Ci sono 200 scienziati inglesi che si sono appellati contro questa decisione. E le cose potrebbero cambiare se questa strategia si unisse a misure di contenimento, per ritardare in qualche modo l’ ondata di casi. Preoccupa vedere l’ Europa in ordine sparso. La Spagna è partita un po’ in ritardo ma ora ha adottato misure forti, la Germania sembra contare sul suo sistema sanitario nazionale, la Francia è altalenante e nei giorni scorsi ha chiamato le persone al voto. E anche il supporto che è arrivato a livello europeo non è stato sufficiente”.

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