Coronavirus, così il cigno nero si abbatterà soprattutto sull’Italia

Un'analisi di Ref Ricerche valuta che il Coronavirus potrebbe avere effetti negativi sull'economia italiana stimati in un calo del Pil compreso tra l'1% e il 3%

Se l’emergenza Coronavirus dovesse diffondersi a dismisura in tutte le regioni del Nord e durasse qualche mese, il rischio che una buona parte dell’economia nazionale si fermi è probabile. In Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Liguria viene generata la metà del Pil nazionale e del gettito fiscale, quindi le conseguenze potrebbero essere davvero gravi.

Il 4 marzo il premier Giuseppe Conte incontrerà a Palazzo Chigi le associazioni delle imprese e i sindacati per fare il punto sugli effetti del Coronavirus sull’economia italiana. Intanto, si moltiplicano gli allarmi dei grandi istituti che vedono nel Belpaese uno degli obiettivi più sensibili dell’emergenza in termini di ricadute economiche negative.

L’allarme di Ref Ricerche

Non solo Fondo Monetario Internazionale e Moody’s. Un altro pesante avvertimento arriva ora dall’italiana Ref Ricerche, che valuta che il Coronavirus potrebbe avere effetti negativi sull’economia italiana stimati in un calo del Pil compreso tra l’1% e il 3% nel primo e secondo trimestre 2020. Tradotto, significa tra i 9 e i 27 miliardi di euro che potrebbero andare completamente in fumo.

Il “cigno nero” si abbatterà con grave violenza sul nostro Paese. L’analisi di Ref Ricerche considera l’impatto nelle diverse regioni italiane, con effetti immediati e di più lunga durata, a seconda del settore considerato.

Lombardia e Veneto sono le regioni più interessate che contano per il 31% del Pil. Una contrazione del 10% del Pil in queste regioni equivarrebbe a un calo del 3% di quello dell’intero Paese. Questa stima si basa su una valutazione degli effetti sui singoli settori, raggruppati in quattro categorie in base al range di probabile variazione del rispettivo valore aggiunto e poi calcolando il peso di tali categorie sul Pil totale.

Le quattro categorie

Il primo gruppo comprende quei settori che vedono aumentare tra il 2% e il 6% la loro attività in conseguenza dell’epidemia virale: si tratta di attività legate alla farmaceutica, alla cura della casa e i servizi connessi allo smart working e alle video conferenze. Il suo peso è dell’8,5%.

Il secondo gruppo vale il 54,6% dell’intera economia e non risente di sostanziali variazioni di attività a causa del virus. Il terzo gruppo incide per il 25,1% e soffre di una contrazione produttiva limitata al massimo al 4%.

Infine, del quarto gruppo fanno parte quei settori che stanno subendo contraccolpi molto forti, tra il 10% e il 40%, ma che hanno un peso contenuto dell’11,7%: dalla filiera del turismo a tutte le attività legate a centri di aggregazione.

Bce e Fed, cosa fare?

“Queste stime – sottolineano i ricercatori – hanno un alto grado di congettura, tuttavia fanno comprendere in modo chiaro e realistico l’entità del danno che l’Italia sta subendo”. Il cigno nero sembra costringerci a ripensare il sistema economico internazionale, non solo ad adottare misure specifiche a livello locale.

La Bce, per sua stessa ammissione, preferisce per il momento “stare a guardare”, chiamandosi in un certo senso fuori. La Banca centrale europea, così come la Fed, non può fare nulla: per arginare i rischi di una recessione globale servirebbe rivitalizzare l’offerta e non la domanda.

Ma il Fondo Monetario ha già avvertito che la politica dei tassi bassi negli ultimi anni ha spinto le imprese a indebitarsi a basso costo. Un brusco calo dei fatturati legati all’epidemia ora rischia di creare un mix davvero esplosivo.

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