Commercio: perché Pechino dice no agli Usa

Rivalutare lo yuan? La Cina teme che Washington voglia farle pagare il prezzo della crisi. E prende tempo

“Il basso costo del lavoro in Cina permette alle imprese straniere di tagliare i salari e aumentare i profitti. Ironicamente, i profitti crescenti finiscono nelle tasche dei boss stranieri e la Cina si becca le critiche per gli squilibri commerciali”.

E’ una frase di Tan Yaling, docente di finanza all’Università di Pechino, che rende bene l’idea di quale sia l’approccio cinese al tormentone economico che ci accompagnerà a lungo: rivalutazione dello yuan e squilibri nel commercio internazionale.

Sull’onda delle dichiarazioni del premier Wen Jiabao, la Cina contrattacca: manterrà lo yuan stabile, ancorato al dollaro. O quanto meno, non rivaluterà con la sollecitudine richiesta da Washington e adesso anche dalla Banca Mondiale.
Il renminbi (altro nome per lo yuan) ha mantenuto il cambio fisso con la valuta Usa fino al 2005, poi è stato rivalutato del 20%. L’ancoraggio al dollaro è stato ristabilito nel 2008, quando la crisi ha colpito le aziende votate all’export.

Secondo Francesco Sisci – inviato de La Stampa a Pechino – le autorità cinesi da un lato ragionano in termini di interesse nazionale, dall’altro sono molto scettiche sulla gestione della crisi globale da parte degli Usa. Non si fidano sulle ricette che arrivano da Washington.

“Per quanto riguarda l’interesse cinese, la Cina ha già ventilato la possibilità di rivalutare lo yuan di circa il 10%. Secondo alcune stime la Cina ha riserve per un valore complessivo di circa 3mila miliardi di dollari, quindi una rivalutazione dello yuan significa una perdita teorica secca di 300 miliardi di dollari. Una rivalutazione del 40%, quanto chiedono alcuni economisti americani, avrebbe un valore di 1.200 miliardi!”

Poi c’è il problema della minore competitività delle esportazioni e quindi dell’occupazione: “Calcoli del governo sostengono che 1% di rivalutazione può corrispondere a un 1% di riduzione delle esportazioni e quindi a un diminuzione esponenziale dei posti di lavoro.”

Infine la storia insegna: “Negli anni ’80 gli Usa pressarono il Giappone per una rivalutazione, cosa che contribuì alla stagnazione economica del Paese.(…) Una conseguenza immediata possibile sarebbe l’arrivo di nuovi capitali dall’estero in Cina che spingerebbero a ulteriori rivalutazioni, aumenterebbero pressioni inflattive, e potrebbero spingere a successive fughe di capitali, cosa che farebbe precipitare l’economia cinese.”

Quanto allo scetticismo verso la gestione americana della crisi, Pechino imputa a Washington il fatto di non avere mantenuto le promesse circa l’introduzione di nuovi controlli e regolamenti sulle banche e sulle attività di Wall Street.
La Cina si sente attirata senza difese in territorio avverso, anche perché manca ancora quella riforma delle istituzioni internazionali (Fmi, Banca mondiale) che le assegnerebbe più potere decisionale, commisurato al suo peso economico.
A Pechino, si teme che l’America voglia far pagare a qualcun altro le conseguenze dei propri errori.

Commercio: perché Pechino dice no agli Usa
Commercio: perché Pechino dice no agli Usa