La Cina supera il Giappone ed è la seconda economia del mondo

E' un sorpasso vero? Ecco le prospettive e i rischi per il futuro

Tutti i media hanno dato grande enfasi alla notizia che la Cina, sorpassando il Giappone, è diventata la seconda economia mondiale dopo gli Usa. Secondo Goldman Sachs, il Dragone dovrebbe sopravanzare gli americani entro il 2027 conquistando il top della classifica.

Cosa significa? Che con una crescita dell’8.7% nel 2009 (10.7% nell’ultimo trimestre, oltre le aspettative degli stessi funzionari di Pechino) il Pil cinese ha raggiunto i 33,53 trilioni di yuan (circa 4.91 trilioni di dollari Usa), cioè le dimensioni dell’economia giapponese nel 2008. I dati provenienti da Tokio saranno resi noti il mese prossimo ma, dato che si prevede una contrazione del 6%, il sorpasso è di fatto già avvenuto.

Questo in numeri assoluti. Visto però che la popolazione giapponese è circa un decimo di quella cinese, i sudditi del Sol Levante rimangono infinitamente più ricchi dei dirimpettai sul continente. La stessa Cina continua a definirsi “un Paese in via di sviluppo“, concetto ribadito da Ma Jiantang, capo dell’ufficio nazionale di statistica: “In base agli standard Onu – un reddito di almeno un dollaro al giorno – da noi ci sono ancora 150 milioni di poveri. Questa è la realtà cinese.”

Quello che però non è in discussione è la traiettoria delle due economie: quella del Dragone cresce, quella nipponica si contrae.
Proprio il confronto con il Giappone, sucita però più di un’inquietudine.
Il boom giapponese degli anni Settanta e Ottanta si tradusse in una grande bolla immobiliare che alla fine scoppiò, così come è poi avvenuto negli Usa all’inizio della crisi odierna.
Oggi anche in Cina si intravede un’eccessiva crescita dei prezzi immobiliari, favorita dal pacchetto di stimoli varato dal governo di Pechino che ha messo in circolazione un fiume di valuta che, a sua volta, si traduce in prestiti facili per chi vuole investire nel mattone.

La Cina sarà un nuovo Giappone che si gonfia come un pallone per poi scoppiare?
Senza scadere in eccessivi tecnicismi, basterà dire che la situazione dei due Paesi è molto diversa: in Giappone la bolla era gonfiata dagli immobili commerciali e i prezzi salivano più del Pil. In Cina, la crescita dei prezzi (12%) è compatibile con quella dell’economia (10%) e si vendono soprattutto immobili residenziali.
Il boom immobiliare rivela quindi una sostanziale crescita del Paese stesso: i cinesi diventano gradualmente più ricchi e comprano casa.
Tuttavia, il governo ha in via precauzionale posto un limite ai “prestiti facili”.

Ci sono però altri problemi.
Il pacchetto di stimoli funziona, ma ha le gambe corte se l’economia rimane eccessivamente legata all’export. In pratica, quando finirà l’effetto della pioggia di soldi che crea posti di lavoro nelle costruzioni, nelle infrastrutture e nei lavori pubblici, la Cina si troverà di nuovo di fronte al problema fin qui posposto: a chi vendo le merci che produco? L’Occidente non promette bene, uscirà dalla crisi un po’ più povero e predisposto al risparmio. E poi, perché continuare a dipendere dai consumi occidentali?

Proprio su questo punto, il mondo (e quindi anche noi) focalizza il proprio interesse. Da più parti si sostiene che prima o poi Pechino finirà per rivalutare lo yuan per dare più potere d’acquisto ai cinesi e creare un mercato interno all’altezza delle dimensioni del Paese. Su quel nuovo mercato che si intravede, ma che è ancora in parte immaginario, competeranno le produzioni locali e quelle globali.

Dopo tutto erano queste le speranze dell’Occidente quando nel 2001 la Cina entrò nel Wto: un enorme mercato di sbocco per le merci che non riuscivamo più a vendere in casa nostra.
E’ andata diversamente: è stato il Dragone a diventare “fabbrica del mondo” e a invadere i mercati di prodotti a basso costo che, detto per inciso, hanno contribuito a mantenere i prezzi bassi (cioè a rivalutare i nostri salari).
Ora, forse, sta per cominciare un’altra storia.

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