La tragedia greca. Ovvero: che cosa succede ai cittadini se lo Stato fallisce?

Aumenti delle tasse, tagli dei servizi, titoli di Stato come carta straccia e conti correnti a rischio. Piccolo quadro di una catastrofe possibile

Che faccia ha l’apocalisse per la casalinga di Voghera? Per quanto insolita, la domanda ha il suo senso. In questi giorni è tutto un rimbalzare da giornali e televisioni di espressioni del tipo “rischio-Grecia“, “Stati sull’orlo del default” e altre formule tanto inquietanti quanto misteriose per l’uomo della strada. In fondo la vera preoccupazione dei cittadini non sono le questioni macroeconomiche ma piuttosto le ricadute sulle loro tasche. In altre parole la vera domanda è: quali sono gli effetti per le persone se uno stato fallisce?

Lo spiega bene il professor Paolo Manasse, docente di Macroeconomia all’Università di Bologna, intervistato da Kataweb. Ecco in sintesi le principali conseguenze dell’ipotesi estrema – ma realistica di questi tempi – del fallimento di uno Stato.

Un paese a gambe all’aria

Anche un paese può fallire, come un’impresa. Questo succede quando lo Stato non è più in grado di far fronte ai suoi debiti (e ai relativi interessi) e a sostenere la spesa pubblica (pensioni, sanità , scuola, stipendi dei dipendenti pubblici ecc.).

Il “default” di uno Stato (termine tecnico con cui si indica il fallimento) però non è mai totale, ma ha diversi livelli di gravità. In altre parole lo Stato cerca sempre di “ristrutturare” il suo debito, cioè di raggiungere un accordo per cui, invece di restituire la cifra pattuita, ne rende una inferiore o spalmata su più anni.

Come una qualunque famiglia in difficoltà economica, se lo Stato non ha più soldi  può fare sostanzialmente due cose: aumentare le entrate, cioè le tasse, o tagliare le spese. Probabilmente – come succede in Grecia – le farà entrambe.

Sul versante delle entrate  può aumentare ad esempio le imposte indirette, come sta facendo la Grecia con l’Iva. Col rischio però di deprimere ancora di più i consumi e innescare un circolo vizioso (aumenta l’aliquota ma diminuisce il gettito).

La scure sui costi

Più direttamente lo Stato può ridurre le sue spese. Le voci di costo che in genere (e sicuramente in Italia) pesano di più sui conti pubblici sono tre:
• le pensioni,
• la sanità,
• le retribuzioni dei dipendenti pubblici.

I primi a cadere sotto la scure saranno gli organici e i salari della Pubblica amministrazione (in Grecia verranno tagliati del 20%), con pesanti conseguenze sui servizi erogati. La stessa sorte toccherà a sanità e pensioni, che già ora in Italia pesano quanto un quarto del Pil.

Bot spazzatura

La bancarotta ricadrà su tutti coloro che hanno investito in titoli di Stato (Bot, Cct ecc.). Il Tesoro non potrà più pagare gli interessi  (la cedola periodica) e al momento della scadenza del titolo non si potrà più tornare in possesso dell’investimento iniziale. Qui interviene la ristrutturazione del debito. Lo Stato propone un differimento della restituzione: una parte oggi, una parte domani. Chiaramente un evento del genere porta al crollo del valore del titolo, con possibilità pressoché nulle di rivenderlo.

L’assalto alle banche

L’insolvenza dello Stato si estende quasi automaticamente alle banche. Se i titoli di Stato diventano carta straccia, sono loro le prime a risentirne perché, non ricevendo più gli interessi sul portafoglio, si trovano inevitabilmente a corto di liquidità e rischiano di fallire a loro volta.

Tutto questo innesca un rischiosissimo effetto-domino perché in economia l’elemento psicologico ha un peso enorme: se si diffonde la voce di insolvenza delle banche, tutti i loro clienti correranno agli sportelli a ritirare i depositi prima che sia troppo tardi. Parte l’assalto agli sportelli e non c’è istituto che possa resistere al prelievo contemporaneo di buona parte dei suoi clienti.

In una situazione di questo genere saltano anche i sistemi di sicurezza esistenti, come il Fondo di garanzia sui conti correnti, operante in Italia come in tutti i paesi europei. Il Fondo copre l’insolvenza delle banche fino a un ammontare di 103 mila euro per conto corrente e il suo funzionamento dipende da un accordo interbancario. Ma può funzionare in caso di default di una sola banca, non dell’intero sistema creditizio.

Tutto questo solo per considerare i costi economici e non le enormi conseguenze sociali e sul piano dell’ordine pubblico. Lo scenario si sta tragicamente avverando a poche centinaia di chilometri da noi. Basterà l’intervento della comunità economica internazionale per contenere la “marea nera” ed evitare che arrivi sull’altra sponda del Mediterraneo? (A.D.M.)

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