Change.org vende i nostri indirizzi mail. Ecco come

'L'Espresso' ha ottenuto il prezzario dell'azienda e contattato alcuni clienti

Change.org, la più conosciuta piattafiorma per petizioni online, ha un problema di privacy. O meglio, il problema ce l’hanno i fruitori del servizio, i cui dati personali sono tutt’altro che protetti. Chiunque può lanciara petizione e chiunque può aderirvi. Il problema è: quanti si rendono conto che i dati personali che affidano alla piattaforma firmando le cosiddette “petizioni sponsorizzate” – quelle lanciate dagli utenti che pagano per promuoverle ( https://www.change.org/advertise ) – verranno usati per la loro profilazione e venduti? La domanda è cruciale perché si tratta di dati molto sensibili, in quanto associati a opinioni politiche e sociali.

Change.org è un gigante da centocinquanta milioni di utenti nel mondo, che crescono al ritmo di un milione alla settimana: un avvenimento come Brexit da solo ha innescato 400 petizioni. In Italia, dove è sbarcata quattro anni fa, Change.org ha raggiunto i cinque milioni di utenti.

Il settimanale ‘L’Espresso‘ è venuto in possesso di un vero e proprio ‘prezziario’ per chi lancia petizioni sponsorizzate, ossia quelle petizioni in cui chi paga acquista in sostanza anche gli indirizzi mail di chi aderisce. La lista dei prezzi va da un euro e cinquanta per ciascun contatto email, se il cliente ne compera meno di 10mila, fino a 85 centesimi per un numero superiore ai 500mila.

“Change.org Inc.” è in realtà un’impresa sociale creata nel Delaware, paradiso fiscale Usa, e con quartier generale a San Francisco. Ed è vero che permette a chiunque di lanciare petizioni in modo gratuito, assolvendo alla funzione sociale di dar voce anche all’ultimo senzatetto, ma fa profitti con le petizioni sponsorizzate, in cui il cliente paga in modo da riuscire a contattare chi ha più probabilità di firmare e di essere disposto a donare soldi nelle campagne di raccolta fondi. Come fa Change.org a saperlo? Ogni volta che sottoscriviamo un appello, accumula informazioni su di noi, profilandoci. E come ha spiegato efficacemente la rivista americana “Wired”, “se voi avete firmato una petizione sui diritti degli animali, l’azienda sa che avete una probabilità 2,29 volte maggiore di firmarne una sulla giustizia. E se firmate una petizione sulla giustizia, avete una probabilità 6,3 volte maggiore di firmarne una sulla giustizia economica, 4,4 volte di firmarne una per i diritti degli immigrati e 4 volte una sull’istruzione”.

Thilo Weichert, ex commissario per la protezione dei dati del land tedesco Schleswig-Holstein, contesta alla società la violazione delle leggi della Germania in materia di privacy. All’Espresso, Weichert spiega che la trasparenza di Change.org lascia molto a desiderare: “non fornisce informazioni affidabili su come processa i dati”, ci spiega. E alla nostra osservazione sul fatto che chi firma quelle petizioni, accettando le policy sulla privacy, fornisce di fatto un consenso informato, Thilo Weichert risponde che la questione dell’assenso non risolverebbe comunque il problema, perché se una pratica viola le leggi tedesche in materia di protezione dei dati, l’azienda non può appellarsi al fatto di avere ottenuto il consenso dell’utente. In altre parole, non esiste consenso informato che renda legale violare una legge.

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