Caso FCA: cosa c’è sotto la richiesta del “prestito scandalo”?

Dalla fusione con PSA all'extra dividendo: dietro alla mossa degli Agnelli-Elkann retroscena e rumors degni di una spy story

A complicare i piani del Governo, già alle prese con più di un dossier bollente che rischia di far saltare il banco un giorno sì e l’altro pure, ci ha pensato il “caso” FCA – ovvero il prestito da 6,3 miliardi che il board degli Agnelli-Elkann ha chiesto a Banca Intesa Sanpaolo attraverso la legittima garanzia statale di SACE (Cdp). Una grana non da poco che secondo molti nasconde più di qualche retroscena e rumors degno di una spy story da grande schermo, ricostruita da Dagospia che oggi ritorna sulla querelle, provando a ricostruire i passaggi.

LA FUSIONE E IL TESORETTO ITALIANO – Si parte da una considerazione: la pandemia non fermerà la fusione FCA-PSA e proprio in quest’ottica si inserisce il “tesoretto italiano”.  “I 6,3 miliardi di finanziamento in Italia gli servono per tenere in piedi la Exor, confermando l’extra-dividendo miliardario (di circa 5,5 miliardi) che è alla base dell’operazione coi francesi”.

A guastare la festa a Elkann ci si è messa ovviamente la crisi generata dal coronavirus e il conseguente crollo del mercato auto. Ed ecco che rispunta l’operazione con PSA presentata come fusione alla pari. Ma osserva Dagospia, “si fa presto a dire 50-50: l’amministratore delegato sarà francese, a Elkann andrà solo la presidenza, per quanto ”operativa”. Pescare dal forziere olandese i soldi per sostenere FCA Italy avrebbe voluto dire mandare a monte la fusione, perché si sarebbero squilibrati tutti i calcoli”. 

GUALTIERI DETTA LE REGOLE – Nelle scorse ore, a spegnere le polemiche politiche scatenate dalla richiesta di Fca ci ha pensato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che ha provato, a dire il vero senza convincere tutti a chiarire i contorni dell’operazione: “È un prestito, non un regalo. Abbiamo chiesto a Fca impegni aggiuntivi rispetto a quelli esistenti – prosegue il titolare del Mef – tra cui rafforzare e confermare tutti gli investimenti in Italia. Abbiamo anche detto no a delocalizzazioni. La garanzia dello Stato è legata a queste condizioni. Anche perché stiamo parlando di una grande multinazionale globale che sta negli Stati Uniti e ora sta negoziando una fusione con Psa in Francia e e che noi abbiamo il dovere, come governo, di tenere ancorata in Italia”.

MA QUALCOSA POTREBBE ANDARE STORTO – Ma è proprio su questo punto che Dagospia avanza più di qualche dubbio: “La cassa dell’azienda non sta in Italia. E neanche quella degli Elkann: sia FCA che Exor hanno sede in Olanda. Quindi per lo Stato italiano è quasi impossibile controllare cosa faranno coi soldi ottenuti. Potrà la SACE davvero mettere il naso negli sfuggenti caveau olandesi? Soprattutto quando tra qualche mese il controllo della società passerà aldilà delle Alpi?”.

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