Cartolarizzazioni, a volte ritornano

Sono una delle cause della crisi finanziaria. Eppure i crediti rivenduti come obbligazioni sono ancora diffusi. Vediamo con quali rischi

Questa volta faremo più attenzione. Non ripeteremo gli errori del passato. Venderemo solo “roba buona“. Le banche si dividono tra quelle che si leccano ancora le ferite della crisi e quelle che tirano il fiato per lo scampato pericolo. Eppure tutte giurano di aver fatto tesoro dell’esperienza appena trascorsa e di non ricascarci.

Pare vero. Intanto le cartolarizzazione, cioè le operazioni di trasferimento dei propri crediti, quelle che sono state all’origine dello tsunami finanziario dell’anno scorso, sono ricominciate alla grande. O forse non si sono mai fermate. In Italia nell’ultimo anno le banche hanno cartolarizzato quasi 100 miliardi di crediti.


Che cosa sono le cartolarizzazioni?

Immaginate di aver prestato 10.000 euro che vi dovrebbero essere restituiti in 5 anni con gli interessi. Ma ogni credito, specie se dilazionato nel tempo, ha sempre il rischio di insolvenza. Potete decidere allora di “vendere” il vostro credito per ottenere subito la somma. Per farlo lo suddividete in quote, supponiamo di 100 euro ciascuna, da piazzare più facilmente ai potenziali acquirenti. Che sono invogliati all’acquisto di tali quote – sotto forma di titoli cartacei, da cui il temine “cartolarizzazione” – perché offrono un rendimento rappresentato dagli interessi che il debitore doveva a voi e che ora sono “girati” al nuovo creditore.

Il sistema creditizio ha utilizzato questo metodo per aumentare la liquidità. L’attività delle banche è sempre stata quella di prestare denaro. Tradizionalmente questo avveniva attingendo ai depositi dei propri clienti. Ma questo poneva un tetto (fisiologico) alla quantità di denaro che una banca poteva prestare. Per allargare il loro mercato e poter elargire più mutui le banche hanno cominciato a cedere i propri crediti. Un incasso futuro e incerto in cambio di uno immediato e “in contanti”.


Il rischio impacchettato

Il problema è che, prese dall’entusiasmo della finanza creativa. le banche hanno cartolarizzato di tutto. Soprattutto i crediti più a rischio, tra cui i fatidici mutui subprime, cioè quelli concessi a debitori ad alta probabilità di insolvenza. I titoli emessi dalle banche (sotto forma di obbligazioni) venivano venduti a investitori istituzionali, che a loro volta li “rimpacchettavano” e li rivendevano. Un credito, una volta diventato titolo, poteva circolare all’infinito.

In sostanza per anni si è creduto che trasferire molte volte un rischio equivalesse a eliminarlo. Ma se il debitore salta, a qualcuno, anche dopo molti passaggi, rimane in mano il cerino acceso. E i risultati si sono visti.


Esistono le cartolarizzazione sicure?

Ora le banche garantiscono che i titoli che trasferiscono non sono tossici, che si tratta di cessione di mutui ipotecari “di buona qualità“, con un rating di livello A, cioè sicuri. Per dimostrarlo a volte la banca stessa riacquista i propri titoli e li dà in garanzia alla Banca centrale europea in cambio di nuova liquidità.

Ma il rischio c’è sempre come evidenzia Elio Lannutti, presidente dell’associazione dei consumatori Adusbef, intervistato da La Stampa: “un rischio concreto perché con la crisi che c’è parlare di prestiti di buona qualità appare un paradosso: sono poche le persone con un mutuo da pagare che possono dirsi certe di non perdere il loro posto di lavoro o di finire in cassa integrazione con una busta paga ben più magra”.

In sostanza, anche se si usano maggiori cautele, i rischi di un mutuo rimangono. E il sistema non sembra sostanzialmente cambiato: i crediti continuano a essere “impacchettati” nelle obbligazioni e venduti sul mercato. Almeno finche non ci saranno regole precise nella finanza globale. (A.D.M.)

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