All’assalto del carrello pirata. Un test sull’etica e la trasparenza dei supermercati

Sei catene di supermercati testate sulla base dei prodotti etici, che non strozzano i piccoli produttori e non sfruttano i lavoratori. Solo Coop supera l'esame. Per le altre c'è ancora strada da fare

Quando 200 aziende agricole non rispondono alle domande sui loro rapporti con le grosse catene di supermercati che riforniscono è segno che questi rapporti non sono così tranquilli. Cioè che i fornitori hanno paura di parlare. E non si tratta delle multinazionali alimentari, ovviamente, ma dei piccoli-medi produttori dei paesi del Sud del mondo (Asia, America Latina, Africa) che vendono alla grande distribuzione nostrana frutta fresca, riso, caffè, tè, cacao, zucchero e altri componenti comuni della nostra spesa.

Ma ad avere la bocca cucita non sono solo i produttori. Anche tra i supermercati ci sono esempi di assoluta mancanza di trasparenza. Lo rivela un’indagine svolta dal mensile Altroconsumo insieme ad altre sette associazioni di consumatori europee (e finanziata dall’Ue) sulle politiche di approvvigionamento di alcuni prodotti. Sono stati interpellati sei tra i marchi più noti della grande distribuzione italiana: Auchan, Carrefour, Conad, Coop, Esselunga, Lidl.

L’etica sull’etichetta

Ma cosa si intende per prodotti di filiera etica? Lo sintetizza molto bene lo stesso Altroconsumo. Nella filiera etica agiscono tre attori:

• il produttore: garantisce un salario equo per i lavoratori, rispetta la salute e la sicurezza dei lavoratori e la libertà sindacale, non ricorre al lavoro dei minori, rispetta l’ambiente;

• il rivenditore (negozio o supermercato): garantisce un prezzo minimo al produttore con termini di pagamento ragionevoli, aiuta il produttore a finanziare progetti di sviluppo, si impegna ad avere relazioni commerciali a lungo termine;

• il consumatore: si informa sulle politiche etiche del supermercato e fa pressione perché vengano adottate privilegiando nei suoi acquisti i prodotti del commercio equo e solidale.

I buoni e i cattivi del carrello

Sulla base di questi criteri e di come vengono messi in pratica è stato dato un giudizio alle sei catene di distribuzione. I risultati sono molto contrastanti. Da una parte chi può dimostrare, documenti alla mano, una reale attenzione all’aspetto etico dei prodotti e delle politiche di acquisto. Dall’altra chi probabilmente usa i marchi “etici” solo come elemento di marketing ma non può dimostrare un effettivo impegno in questo senso. In mezzo, i molti che “ci stanno provando” ma hanno ancora tanta strada da fare. Vediamo i giudizi sintetici del test.

Coop, la migliore

E’ la catena che si dimostra più attenta all’aspetto etico dei prodotti. Ha un marchio proprio (Solidal) certificato Fairtrade, l’organismo internazionale dei marchi di certificazione dei prodotti del commercio equo e solidale. Come distributore risponde ai requisiti richiesti e si è mostrata molto collaborativa, aprendo le porte delle loro sedi e l’accesso alla documentazione.

Esselunga e Conad, le meno trasparenti

Al capo opposto della classifica, le due insegne della grande distribuzione più reticenti: nessuna delle due ha risposto al questionario di Altroconsumo. Esselunga ha fornito poche informazioni non esaustive e anche il suo sito offre scarse indicazioni in merito. Pur essendo stata la prima catena ad aver venduto i prodotti del commercio equo e ad aver lanciato le linee biologiche, resta la sensazione che si tratti più di strategie di marketing che di politiche connesse alla responsabilità sociale. Conad è l’altro marchio che si è distinto per mancanza di trasparenza, nonostante sul suo sito si legga “Etica d’impresa e responsabilità sociale sono nel patrimonio genetico di Conad, in quanto principi fondanti della realtà cooperativa” e sui suoi scaffali ci siano tre prodotti etici: caffè, tè e cacao.

Auchan, Carrefour e Lidl in cammino

Tutte e tre le catene hanno risposto al questionario e mostrano di aver preso in considerazione il problema della filiera etica. Ma spesso si tratta di un’adesione formale ai principi che non sempre è seguita da una pratica coerente. Vendono prodotti etici a marchio proprio (Auchan e Lidl) e anche prodotti del commercio equo, e tutte pubblicano il bilancio sociale. Il limite principale dei tre marchi è l’effettiva applicazione dei criteri di selezione e il controllo sulle politiche dei produttori. (A.D.M.)

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