Calciatori a rischio povertà dopo il ritiro: in Italia scatta l’allarme

Più di un calciatore su due rischia di trovarsi povero una volta appesi gli scarpini al chiodo.

Con tutti i soldi che guadagnano durante la loro carriera, i calciatori professionisti sono destinati ad avere una vita più che agiata e senza alcun problema finanziario: questo il ragionamento di una larga fetta dell’opinione pubblica. Eppure la realtà racconta ben altro. Addirittura in Italia, 6 atleti su 10, dopo il ritiro, rischiano di trovarsi in fretta in condizioni precarie dal punto di vista economico.

Se lo Stivale spicca per avere sportivi sul rettangolo verde con poca cultura finanziaria, all’estero va un po’ meglio. Tuttavia i numeri rimangono all’allarmanti: in Europa si stima che i calciatori che rischiano la povertà dopo solo cinque anni dal ritiro siano il 40%.

A scoperchiare il problema è stato Guglielmo Stendardo (avvocato dal 2012 e docente alla Luiss in diritto sportivo nonché ex calciatore che vanta oltre 200 presenze in Serie A), che ha rilasciato un’intervista a Leggo, sviscerando il fenomeno.

Nel BelPaese, si contano all’incirca 3000 giocatori professionisti in attività, impegnati nella Massima Serie, in Serie B e nella Prima divisione. Di questi 3000, solo il 10% guadagna cifre molto consistenti. Il resto, una volta conclusa la carriera sul campo giocato, non può permettersi di campare di rendita e deve avviare un nuovo lavoro. Anche perché, come è risaputo, la ‘pensione’ di un calciatore arriva in giovane età. Il ritiro, nella stragrande maggioranza dei casi, avviene prima dei 40 anni.

Ma quali sono le cause che spingono verso lo spettro povertà un atleta? “In Italia il giovane calciatore tende a trascurare l’istruzione e non si preoccupa di studiare e formarsi per il futuro. Quasi sempre, tra i 20 e i 35 anni, pensa a giocare solo al calcio”, spiega Stendardo che dopo sottolinea che lo sportivo, quando è in attività, “tende a seguire un tenore di vita alto che i buoni guadagni gli permettono. Il ridimensionamento, poi, è complicato e iniziano i disastri”.

Stendardo mette in risalto anche gli alti costi sanitari spesso sostenuti da alcuni suoi ex colleghi dopo la cessazione della loro attività e la poca attenzione che viene messa nei confronti dell’aspetto fiscale. Il consiglio dell’avvocato è di operare un’oculata scelta su chi debba gestire le finanze guadagnate: “La scelta di un commercialista preparato e affidabile è alla base nell’attività del calciatore, sia dei big sia dei tanti atleti di serie B e di Prima divisione”.

Purtroppo, tali aspetti vengono non di rado tralasciati e quando gli introiti provenienti dalle prestazioni sportive calano o cessano, si può verificare l’effetto boomerang: tutto ciò che è stato trascurato dal punto di vista finanziario si ripresenta con conti salati da saldare.

Stendardo parla anche in alcuni casi di “errori grossolani di valutazione, ma di frequente sono anche scelte di manager e agenti senza scrupoli che non fanno gli interessi dei giocatori ma li conducono a rovine finanziarie.” Inoltre l’avvocato mostra un altro nervo scoperto, ossia la scarsa preparazione culturale degli atleti. Tra i professionisti, il 70% ha la terza media e solo l’1% è laureato.

Alla luce di tutto questo, Stendardo incita a “una rivoluzione culturale in questo sport, oltreché auspicare che venga pensato “un fondo di accantonamento per almeno 5 anni per dare serenità economica agli ex calciatori che iniziano una nuova attività”. Un’altra proposta è quella di “creare polizze vita che offrano rendite vitalizie per gli atleti.”

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