Brexit: crescono dell’11% gli investimenti in Gran Bretagna

L'uscita dall'Eurozona non ha evidentemente spaventato gli investitori

Le previsioni dei catastrofisti, almeno fino ad ora, sembrano essere smentite: la Gran Bretagna post-Brexit gode ancora di buona salute, e gli investimenti dello scorso anno dimostrano che l’ipotesi di uscita dall’Eurozona, poi avveratasi col referendum di giugno, non hanno condizionato più di tanto gli investitori stranieri, che hanno anzi aumentato dell’11% gli investimenti nel paese più “attraente” d’Europa sotto questo punto di vista.

I dati resi noti dal nuovo ministero del Commercio Internazionale, e ripresi da Il Sole 24 Ore, riguardano l’ultimo anno fiscale, dall’aprile 2015 all’aprile 2016. Gli Stati Uniti restano il primo investitore con 570 progetti nell’ultimo anno, seguiti dalla Cina con 156 e dall’India con 140.

L’aumento degli investimenti ha creato 83mila posti di lavoro e ne ha tutelati altri 33mila. “Questi dati notevoli dimostrano che la Gran Bretagna continua a essere il posto giusto per fare business, – ha commentato Liam Fox, ministro del Commercio Internazionale. – Abbiamo ampliato i nostri contatti con i mercati emergenti in tutto il mondo per rafforzare la nostra posizione come prima destinazione in Europa per gli investimenti.”

L’uscita dall’Eurozona, tuttavia, resta un’incognita pesante, a seconda di come verrà effettivamente gestita. Secondo Simon French, chief economist di Panmure Gordon, gli investimenti continueranno a patto che la Gran Bretagna non si chiuda al mondo: “Se le forze politiche che hanno portato all’uscita dalla Ue riusciranno a rendere la Gran Bretagna una nazione più chiusa e protezionista, questo avrebbe un impatto negativo sugli investimenti futuri molto più pesante di Brexit,” ha detto.

Quel che è certo è che le ipotesi catastrofiste, evidentemente interessate, finiscono sempre più spesso per essere smentite. La storia recente è ricca di cataclismi mai avvenuti. Diversi economisti avevano pronosticato che le battaglie sul bilancio al Congresso degli Stati Uniti nel 2013 avrebbero spinto l’economia in una fase recessiva. Quell’anno la crescita fu invece del 2,7%. Nel 2010 e nel 2012 era stato inoltre segnalato che il massiccio programma di acquisto di obbligazioni promosso dalla Federal Reserve avrebbe causato iperinflazione, fatto impennare le materie prime e crollare il dollaro. Non è successo nulla di simile.

Il 2015 fu l’anno dell’allarme Grecia. Se Atene avesse rifiutato il piano di salvataggio internazionale, avrebbe potuto innescare un default sovrano o una crisi bancaria, o la cacciata dall’euro. L’economia ellenica non è certo florida, ma è stata scongiurata la bancarotta. Il sistema bancario è stato martoriato e svuotato dei depositi, ma non è collassato. E resta parte dell’unione monetaria.

Infine la Brexit. Sono già passati due mesi da quando gli elettori britannici il 23 giugno hanno scelto di uscire dall’Unione europea, tuttavia risulta difficile e azzardato valutare se la tanto temuta congiuntura negativa si concretizzerà. Almeno nel breve termine.

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