Bonus con beffa: oltre 35mila avvocati ancora a “tasche vuote”

Mentre in molti attendono l'erogazione della seconda tranche, c'è una bella fetta di autonomi che attende ancora la prima

Secondo le ultime indiscrezioni, con il Decreto Maggio che dovrebbe vedere la luce a giorni,  il bonus per i professionisti salirà a 800 euro, dagli attuali 600. Non si esclude di poter individuare risorse sufficienti per raggiungere addirittura quota 1.000. Ma prima c’è da risolvere un’incognita: mentre in molti attendono l’erogazione della seconda tranche, c’è una bella fetta di autonomi che attende ancora la prima. Solo tra gli avvocati, parliamo di oltre 35mila aventi diritto, dotati di tutti i requisiti rimasti a mani e tasche vuote a causa della mancanza dei fondi.  Ne abbiamo parlato con l’avvocato Vittorio Chiapponi del Foro di Roma che ci ha aiutato a fare chiarezza su una questione a dir poco spinosa,  attraverso una panoramica dettagliata e attenta delle situazione, ad oggi.
 
Bonus professionisti, alla Cassa Forense sono arrivate oltre 100mila richieste: a che punto siamo, sono arrivati i soldi?

“Allo stato, Cassa Forense, secondo il suo comunicato ufficiale del 28 aprile 2020, ha liquidato n. 102.133,00 domande di accesso al reddito di ultima istanza, anticipando per lo Stato ben € 61.279.800,00. La Cassa prevede di pagare, entro i primi di maggio, altre 3.000 domande liquidate, ad esaurimento del budget disponibile. Nonostante ciò, le domande di oltre 35.000 iscritti, al momento, pur avendo i requisiti previsti dal DM 28/3/2020, non possono essere ammesse al bonus dei 600 euro per mancanza di fondi.

A tal fine, l’Adepp (Associazione degli Enti Previdenziali Privati) ha già provveduto, in data 23 aprile, a sensibilizzare i Ministeri competenti per un ampliamento del finanziamento che, al momento, con riferimento a tutte le Casse libero professionali, è stato sforato di oltre 71 milioni di euro, lasciando senza copertura quasi 120.000 domande. Ad esempio, per quanto riguarda la situazione personale mia e della mia collega di studio, Avv. Sabrina Allegro, ad oggi, non è arrivato alcunché di quanto previsto dal DM 28/3/2020″.

Facciamo chiarezza sui requisiti necessari per rientrare nella platea dei beneficiari: quali paletti ci sono per presentare domanda?

“Il Decreto interministeriale del 28 marzo 2020, che ha esteso anche ai liberi professionisti iscritti alle gestioni previdenziali di categoria, la medesima indennità di 600 euro, già prevista per gli altri lavoratori autonomi, a sostegno del reddito in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da Covid 19, stabilisce che possono presentare l’istanza i professionisti che abbiano dichiarato al fisco un reddito complessivo non superiore a 50.000 euro per l’anno di imposta 2018.

Nello specifico, l’indennità potrà essere riconosciuta agli iscritti alla Cassa Forense che, nell’anno d’imposta 2018 (dichiarazione 2019) abbiano percepito un reddito complessivo (assunto al lordo dei canoni di locazione assoggettati a tassazione ai sensi dell’art 3 del Decreto Legislativo 14 marzo 2011 n. 23 e dell’art. 4 del Decreto Legge 24 aprile 2017 n. 50, convertito con modifiche dalla legge 21 giugno 2017 n. 96), inferiore a 35.000 euro, la cui attività sia stata limitata  dai provvedimenti restrittivi emanati in conseguenza dell’emergenza epidemiologica in corso.

Gli iscritti che, invece, nell’anno di imposta 2018 (dichiarazione 2019) abbiano dichiarato un reddito complessivo, determinato come sopra, ricompreso fra 35.000 e 50.000 euro, potranno inoltrare domanda solo se abbiano cessato o ridotto o sospeso la propria attività a seguito dell’emergenza epidemiologica da Covid 19. La cessazione dell’attività deve essere attestata dalla dichiarazione di aver chiuso la Partita Iva nel periodo compreso tra il 23 febbraio 2020 e il 31 marzo 2020.

Per riduzione o sospensione dell’attività, invece, si intende una comprovata riduzione di almeno il 33% del reddito del primo trimestre 2020 rispetto al reddito del primo trimestre del 2019; a tal fine, il reddito è individuato secondo il principio di cassa (differenza fra i ricavi e i compensi percepiti e le spese sostenute nell’esercizio dell’attività). Anch’esso deve essere attestato mediante autodichiarazione da rendere all’interno della procedura informatica.

Quest’ultimo requisito, fare riferimento alla riduzione del reddito nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a mio avviso, è totalmente privo di senso in relazione all’attività di avvocato, il cui reddito non è legato né a fasi stagionali né a periodi o scadenze determinate, bensì risulta prodotto in modo discontinuo e casuale, a seconda del conferimento degli incarichi da parte dei clienti (che non ha andatura costante né ciclica) e l’effettivo versamento degli acconti o dei saldi da parte di questi ultimi”.

Parlando dei costi che in media un avvocato deve sostenere (penso a affitto, pagamento bollette, etc etc) pensa che la somma dovrebbe essere incrementata? 

“La somma stanziata dal Governo per le partite IVA -€ 600,00 per il mese di marzo ed € 800 per i mesi di aprile e maggio- non è purtroppo adeguata a coprire i costi fissi che uno studio legale di struttura media, ossia la maggior parte, deve sostenere mensilmente, quali il canone di locazione (basti considerare che i giovani avvocati per l’affitto di una sola stanza, sostengono una spesa, in media, di € 500,00), le utenze, il comodato d’uso o comunque la manutenzione dei macchinari e degli strumenti necessari per svolgere l’attività professionale (PC, Stampanti multifunzione, canoni per processo telematico e strumenti digitali ecc. ecc.), il personale, l’assicurazione professionale ecc. ecc.,.

Certamente, laddove effettivamente elargita avrebbe costituito un simbolico ausilio ed avrebbe soprattutto assunto uno specifico significato, ossia la comprensione da parte del Governo delle problematiche che la nota pandemia ha causato, come in tutti i settori, anche alla nostra categoria professionale ed alle libere professioni tutte.

Sotto un diverso profilo, le misure consistenti in sgravi fiscali futuri sui costi sostenuti nel periodo di pandemia, oltre che inutili nel momento attuale, sono altresì aleatori, giacché presuppongono la maturazione di un reddito imponibile sufficiente a beneficiare degli sgravi. Si consideri che nei prossimi mesi, molti dei nostri clienti, o chiuderanno le loro attività o non produrranno utili tali da poter pagare le nostre prestazioni professionali, pertanto lo strumento degli sgravi non è funzionale a fronteggiare la reale situazione di emergenza. In poche parole, è del tutto inutile”.

Dal 4 maggio siamo ufficialmente entrati nella Fase 2: quali saranno secondo Lei, concretamente, le ripercussioni per l’attività di molti avvocati dopo lo stop forzato?

“La data del 4 maggio, per gli avvocati, non comporta cambiamenti oggettivi. L’attività processuale, in mancanza di ulteriori provvedimenti, riprenderà l’11 maggio 2020, ma le modalità di svolgimento saranno quelle di sempre? Sicuramente saranno difformi a seconda del Distretto di Corte di Appello.

L’attività stragiudiziale, che a ben vedere avrebbe potuto continuare ad essere espletata attraverso i mezzi di comunicazione in essere (e- mail, pec, telefono…), non è di fatto praticabile, poiché, presupporrebbe la piena efficienza e reattività della P.A., degli Istituti di credito, delle Assicurazioni, dell’Agenzia del Territorio, degli intermediari immobiliari e finanziari, dunque di Uffici pubblici e non, che ad oggi, seppur attivi a mezzo dello smart working (giusto e corretto rispetto al diritto alla salute personale e pubblica), non sono in grado invece di evadere le pratiche legali che vengono affidate ad avvocati perché presentano problematiche difformi da quelle standard. In sostanza, dal 4 maggio non è cambiato nulla per la nostra categoria professionale”.

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