Bonus bebè a rischio, è guerra sugli immigrati

"Riservate gli 80 euro del bonus ai cittadini italiani o di uno Stato UE": l'emendamento di Lega e M5s fa discutere

Vita difficile per il bonus bebè: gli 80 euro previsti dal Decreto Stabilità 2015 a favore delle famiglie sono al centro di una bufera scoppiata al Senato in merito all’estensione del bonus agli immigrati.
L’articolo 13, intitolato "Misure a favore delle famiglie" prevede, al comma 1, il pagamento di un assegno di 960 euro all’anno, per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2015 fino al 31 dicembre 2017, ai genitori che, nell’anno solare precedente a quello di nascita  -o adozione- del bambino beneficiario, abbiano conseguito un reddito complessivo del nucleo familiare inferiore o pari a 90 mila euro.

Da qui un emendamento del leghista Calderoli che chiedeva che il bonus fosse riservato ai "cittadini italiani o di uno Stato membro dell’Unione europea": ovvero, nessun bonus per gli immigrati regolari nel nostro Paese. Una proposta che ha scatenato furiose polemiche, soprattutto quando il M5s ha deciso di votare a favore dell’emendamento, poi bocciato.
 

"Siamo ormai abituati al razzismo dilagante professato dai leghisti ma che anche i senatori del Movimento 5 Stelle si prestassero a queste provocazioni ci lascia francamente senza parole", ha accusato la senatrice Pd Rosa Maria Di Giorgi.
"Abbiamo votato sì all’emendamento della Lega esclusivamente per fare in modo che il bonus bebè, che il governo ha previsto solo per i nati nel 2015, fosse esteso anche ai nati fino al 2017. Siamo assolutamente favorevoli all’erogazione del bonus a tutti i cittadini regolarmente residenti sul territorio italiano, senza distinzione di nazionalità", è la replica del M5s.

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Ma il tanto discusso bonus bebè, in fin dei conti, è davvero utile alle famiglie italiane? Se lo chiede lavoce.info in un articolo a firma di Daniela Del Boca. La risposta è no: invece che in sussidi monetari, il governo farebbe meglio a investire in nidi pubblici, come avviene negli altri paesi europei.
Gli studi e l’esperienza evidenziano infatti quanto la politica di incentivi monetari alla natalità abbia scarso effetto, e anzi possa disincentivare la partecipazione femmilile al lavoro, che in Italia è già bassissima, con un misero tasso del 47%.

Sostenere invece la genitorialità con nidi, congedi genitoriali, sgravi fiscali, come accade in altri paesi, fa crescere invece sia occupazione che tasso di natalità, che nel Belpaese è fermo a 1,4 figli per donna. Ad esempio, in Germania, come in Francia, Danimarca e in altri paesi europei, è stata approvata una riforma che assicura un posto al nido pubblico per ogni nuovo nato. Un miraggio per l’Italia, dove solo il 17 per cento frequenta il nido. Eppure, molte ricerche dimostrano che i bambini che lo frequentano hanno benefici in termini di socializzazione e apprendimento, soprattutto tra le famiglie a basso reddito.

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