Cina, la bolla del mattone

Boom della Borsa e del settore immobiliare in controtendenza rispetto alla crisi globale. Rischio speculazioni

La prossima bolla finanziaria sarà cinese?
E’ quanto si vocifera negli ambienti finanziari, dopo che il vice governatore della Banca del popolo, Zhu Min, ha dichiarato che la Cina contribuirà per oltre la metà della crescita del Pil mondiale nel 2009. Zhu prevede un +8%, foraggiato dal pacchetto di stimoli di Pechino (4mila miliardi di yuan, 586 miliardi di dollari) che ha riattivato un’economia sofferente per il calo dell’export.
I risultati sono andati al di là delle aspettative: nei primi nove mesi dell’anno l’economia cinese è cresciuta del 7,7% e si intuisce un ulteriore miglioramento nell’ultimo scampolo d’anno.

Il punto è: dove finiscono quei soldi?
Da mesi si sospetta che parte della liquidità immessa sul mercato non prenda la strada degli investimenti produttivi, bensì della speculazione in due settori: la Borsa e l’immobiliare.

I segnali ci sono tutti: quest’anno, l’indice composite di Shanghai ha guadagnato il 71% e molte aziende quotate in Borsa appaiono sopravvalutate.
Ma è nel mattone che si concentrano i maggiori timori.
Dopo un inizio difficile e contrariamente all’andazzo generale dalle nostre parti, in Cina quest’anno le vendite immobiliari sono letteralmente esplose: a novembre +53% (+86% in valore economico) rispetto a un anno prima, ben oltre gli stessi record pre-crisi. A Shenzhen i prezzi sono cresciuti del 16.6% anno su anno e, in altre 18 città, del 5% o più.

Ora si teme che questa crescita non sia sostenuta da una reale domanda.
O meglio, gli ottimisti ritengono che gli acquirenti siano milioni di neo-proprietari gratificati dall’aumento medio dei salari (+10.5%, anno su anno, per i residenti urbani) o ex contadini inurbati.
Ma c’è il sospetto che la facilità con cui le banche cinesi hanno concesso prestiti abbia spinto molti neo-benestanti – e perfino imprese – a “fare l’investimento“, come del resto succede anche in Italia: comprare una casa non per viverci, ma nell’aspettativa che i prezzi continuino a crescere e quindi per rivenderla. Nel frattempo, resta vuota.

Da più parti non ci si chiede se la bolla esploderà, ma quando. Ci si chiede soprattutto cosa farà il governo cinese per garantire un atterraggio morbido.
Gli analisti si attendono quindi che nel 2010 le autorità monetarie operino una stretta creditizia, rendendo meno facili le speculazioni.
Non è un passaggio facile, perché la leadership cinese è ossessionata dalla stabilità politica. Frenare la bolla immobiliare, la crescita dei prezzi, potrebbe irritare i milioni di piccoli proprietari-speculatori che hanno investito nel mattone: la rivolta del ceto medio.
D’altra parte, l’alternativa è peggiore: un crollo repentino dei valori immobiliari.

Occorre infine precisare che l’ipotetica bolla immobiliare cinese è di natura diversa da quella americana che ha prodotto la crisi globale.

Là, persone che non potevano permetterselo, venivano indotte a comprare casa attraverso meccanismi finanziari “creativi”mutui subprime e prodotti derivati in genere – che sostanzialmente trasformavano i debiti in crediti: ti compravi casa reinvestendo il valore della casa stessa. Con il crollo dei prezzi immobiliari, quei “proprietari-nullatenenti” sono diventati insolventi e il sistema finanziario ne è stato completamente investito.

Si tende invece a credere che i cinesi comprino quando i soldi ce li hanno davvero (spesso tramite pagamento “cash” con tanto di valigetta piena di banconote) e oltre Muraglia la finanza creativa non è di casa.
Un’eventuale esplosione della bolla non dovrebbe quindi investire le banche e determinare reazioni a catena. Solo mancati guadagni speculativi.

Cina, la bolla del mattone
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